La Via di Fuga

Soltanto camminando ci si può salvare

Primo maggio millenovecentoquarantasette.

“I contadini di tre paesi si erano dati convegno nella contrada di Portella della Ginestra per la celebrazione della festa del lavoro.
Come negli anni precedenti si erano fatti accompagnare dalle rispettive famiglie poiché, più che una festa di partito, trattavasi di una festa campestre. Non mancavano, quindi, donne e bambini, tanto più che in quella contrada i contadini arrivarono con tutti i mezzi di cui potevano disporre: oltre che a piedi, arrivarono con i caratteristici carretti siciliani, con i carri, con i traini, con biciclette, con quadrupedi.
[…]
In attesa di quelli che dovevano essere gli oratori, i convenuti si erano sparsi per la campagna sottostante alla montagna del Pelavet per consumare la frugale colazione che le famiglie avevano preparato, ovvero quella che le organizzazione, cui i singoli appartenevano avevano gratuitamente distribuito.
{…]
Da poco lo Schirò aveva appena cominciato a parlare, quando fu avvertito un primo colpo di arma da fuoco,  a cui altri immediatamente seguirono e poi ancora altre raffiche.
[…]
Finiti gli spari, ognuno chiamò a gran voce i congiunti ed insieme o anche isolati, si avviarono per far ritorno al proprio paese, utilizzando, a tale scopo, ogni mezzo. I feriti furono raccolti con carri, carretti, biciclette, quadrupedi, furono accompagnati a Piana degli Albanesi o a San Giuseppe Jato, donde furono avviati verso Palermo per farli accompagnare negli ospedali della città. Il bilancio di quella giornata che doveva essere di festa, su il seguente: undici morti trovati sul terreno, ventisei i feriti più o meno gravemente.”

(dalla sentenza della Corte d’Assise di Viterbo del 3 maggio 1952)

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21 aprile.

Nelle prime ore del mattino le truppe Alleate entrarono in città , e con loro la brigata Maiella.
Più tardi, arrivarono anche i partigiani della brigata Giustizia Libertà  Montagna e 7° Modena.
La folla si sparse per le vie del centro, i fucili furono deposti, i primi fiori e le prime fotografie arricchirono la parete della Sala Borse, inconsapevoli di star creando il memoriale che ancora oggi, indelebile, vi troneggia.

Il 21 aprile è l’anniversario della Liberazione di Bologna.
Appena quattro giorni dopo, tutta l’Italia sarà  libera dagli occupanti nazifascisti.

 

Ed in questo giorno così importante è arrivato uno scatolone di libri.
Al suo interno le prime copie di un piccolo manoscritto dalla copertina bianca.
152 pagine a raccogliere, sulla carta leggermente ruvida e profumata, le impressioni della Strada percorsa, i chilometri di fatica e quel dolore sordo e orgoglioso che hanno raccolto dai luoghi.

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Vienna.

Un autobus delle poste in partenza da Berlino.
Un treno merci con annessa qualche carrozza passeggeri in partenza da Bologna.
Un viaggio della speranza da quasi trentenni.

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Una gita scolastica.

Un treno in ritardo, che viaggerà tutta la notte.
Un’attesa al binario, nella calma lieve di una sera primaverile. Musica, balli e il vociare animato dell’adolescenza.
Trentasei studenti e tre insegnanti.

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Monaco di Baviera.
Una selva di campanili appuntiti e tetti rossi, intervallata dalle braccia gialle delle gru.
Il sole, insolitamente determinato, li corteggia, distogliendo l’attenzione dagli splendori barocchi e gotici per concentrarla sui verdi resi intensi. Stimola la voglia di sedersi sul prato, imitando i fiori che sbocciano dopo il lungo inverno.

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Giunta la sera, la birra chiara scende veloce nelle gole, i divieti si allentano, le risate rimbalzano sulle pareti dei palazzi del centro.
Concerti notturni interrotti dalla polizia. Assedi sventati per un pelo. E blische clandestine a tutte le ore.

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Spensieratezza e sorrisi, in una gita scolastica moderna.

 

“Da domani sarebbe tornato tutto come prima. Ma non ero triste: finalmente avevo qualcosa di bello da ricordare. “
(Una gita scolastica, Pupi Avati)

Ai ragazzi della terza liceo,
per la stima reciproca.

Ai ragazzi della quarta liceo,
per la spensieratezza.

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L’isola delle arance.

‹‹Allora forse è vero che la Sicilia non esiste. O che ne esistono troppe.
Che poi è un altro modo per dire che esiste più che mai. Ma non è più quella di una volta.
››
(Non c‘è più la Sicilia di una volta, Gaetano Savatteri)

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