Dell’Appennino e delle sue genti

Sezione del Club Alpino Italiano di un piccolo paese di montagna, sera.
Nel caldo posticcio e umido della sala più grande, c’è la presentazione di una guida dell’alto Appennino bolognese e toscano.
Un gruppo non troppo accogliente, ma, si sa, le relazioni tra individui si creano in due direzioni, e lei approccia sempre le novità con timidezza e chiusura.
L’autore è un amico, un omone giramondo. Veste pantaloni di velluto e una giacca d’altri tempi, e riversa tutta la sua passione nella creazione di libri e carte escursionistiche, che sempre tendono al miglioramento.

In paese l’aria è già frizzante di gelo, preannuncia l’arrivo di nuova neve, forse presto.
Penetra nelle sue narici mentre, a piedi, nel buio appena rischiarato dai lampioni, si reca all’appuntamento. E’ una delle poche persone che, quassù, utilizza questo mezzo di trasporto per gli spostamenti urbani. Questa constatazione la fa sempre sorridere al controsenso.
La presentazione comincia, l’autore inizialmente fatica a rompere il ghiaccio. Ma, più l’incontro procede, più lui si libera della corazza, richiama alla mente ricordi passati e li condivide con la platea.
E spiega alla gente dell’Appenino cosa Appennino significa.

“Noi appenninici sembra che ci scusiamo di essere nati in montagna, invece dovremmo esserne orgogliosi.
Da noi è passata la Storia.
Edifici, chiese, campanili, strade. Tutti segni del tempo che dobbiamo imparare a leggere.
Solo quando capiremo quello che abbiamo vicino, allora lo riusciremo a difendere.”

Riporta alla mente degli astanti quell’epoca passata in cui la montagna veniva vissuta a tutto tondo, dai borghi ai boschi. Dove il rispetto per la natura era pari a quello tra uomini.
Ricorda l’importanza della scaramanzia, più che della religione, per infondere fiducia in queste genti, che sempre hanno vissuto dei frutti della terra e dei regali del bosco.
Di come ancora oggi si vedano i segni, seppur in incognito, di quello che fu: le siepi di bosso attorno alle case a scacciare gli spiriti; le cascine tra gli alberi per fornire riparo al popolo dei carbonai e dei castagnài che per secoli hanno sostenuto l’economia; l’importanza delle acque come fonte di energia e di turismo.
Racconta, a chi spesso lo dimentica, il senso di comunità che spingeva a riunirsi sui sagrati delle tante chiesine e cappelle la domenica, chi aveva fede e chi non la aveva, per aggiornarsi, per discutere, per intavolare scambi e accordi.
Di come ogni sentiero narri la storia vissuta dai luoghi e dai suoi abitanti, di come ogni pilastrino votivo presente ad un incrocio sottolinei l’importanza che aveva una via.
Delle apotropaiche sui muri delle case o sugli stipiti, che ricordano i timori di chi vi abitava. Una, in particolare, anche lei la trattiene nel cuore, per sempre collegata ai giochi ed alle scoperte di bambina, tra gli Appennini.

Tutto questo, ancora oggi, è la gente di montagna, nata alle pendici degli Appennini.
Per quanto poi la vita li possa condurre in città, o in cerca di fortuna verso altre latitudini, una porzione della loro anima sempre resterà riservata ai luoghi della fanciullezza e della crescita, stillando, a tratti, l’amore per questa terra spesso isolata e isolante.
Dimenticata.





Grazie, Paolo.

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