La quarantena.

La vita quotidiana a Bologna ai tempi del virus.

Domenica sera, lei esce dal cinema e apprende che la Regione in cui vive, così come altre del Nord Italia, si dovrà fermare, per sette giorni.
Emergenza virus.

Si ferma, per cui, anche la città.

Chiudono le scuole, chiudono i cinema e i musei.
Chiudono i bar e i ristoranti, gli uffici dei commercialisti, le panetterie.
Chiudono i portoni delle chiese.
La popolazione, in preda al panico, fa incetta di detergenti, disinfettanti e mascherine da dentista, che fanno sentire importanti, pare.

Sette giorni di pausa, forzata.
Sette giorni per esplorare a piedi la città, in una atmosfera immobile, che di solito si riesce a raggiungere solo ad agosto. E nemmeno sempre, negli ultimi anni.

Complesso di Santo Stefano, le sette chiese.

Nel centro storico la psicosi non si nota eccessivamente: fin dalla mattina i turisti, arrivati con le nuove linee Ryanair, sciamano in esplorazione della città, brillante di una primavera in anticipo.
La maggior parte degli abitanti restano, però, al sicuro nelle loro case. Per le strade, infatti, praticamente nessuno parla italiano.
Chissà se, esaurita la vacanza, tedeschi, olandesi e belgi potranno rientrare, in tranquillità, nel loro Paese.
In questi giorni immobili ci si può sedere sulle gradinate di Piazza Maggiore, nel tepore, a mangiare un gelato.
Fare la spesa nel Quadrilatero, senza la solita calca.
Mangiare alla vecchia osteria e gustare un aperitivo con due amici matematici, senza il consueto accaparramento alle sedute del dehor.
Per vedere, davvero, gli effetti della paura dentro la prima cerchia di mura, serve aspettare il venerdì, quando una buona parte dei banchi del mercato settimanale saranno assenti e mancheranno i classici fiumi di persone intente a solcare Via dell’Indipendenza, tra shopping e merende, sostituite da un debole passeggio.

Ippodromo dell’Arcoveggio.

Le periferie, però, riportano immagini ben meno consolatorie fin dalle prime ore di paralisi: assenza di traffico, moltissimi negozi chiusi, i parchi pubblici svuotati.
Chissà dove espleteranno i loro bisogni i cani, durante la quarantena.
La stazione dei treni è deserta, mancano i viaggiatori, mancano i convogli.
Gli autobus, di solito affollati e caotici, lasciano aria ai pendolari. Per sette giorni si potrà notare l’assenza delle consuete liti per il posto a sedere, delle gomitate che gli sconosciuti sono soliti scambiarsi per conquistare la propria, piccola, comodità. Apparentemente, anche gli autisti hanno ammorbidito sterzate e frenate, per l’occasione.
In Bolognina, accanto all’Ippodromo chiuso, un’edicola resiste, aspettando i clienti abituali, a cui sa già quale giornale fornire. Per ciascuno di loro ha la parola giusta.
I seicentosessantasei archi di portico per raggiungere la Basilica di San Luca sono, invece, affollati di camminatori solitari, che cercano di implementare le loro difese immunitarie con l’attività fisica all’aria aperta, senza però rinunciare alla Buff saldamente ancorata a coprire le vie aeree.

Gli appuntamenti di lavoro iniziano senza la consueta stretta di mano.
I corrieri esteri non vogliono entrare nel Paese per effettuare le consegne. Non arriva, nemmeno, la posta.
I passanti che si icrociano sul marciapiede, preferiscono raschiare con la spalla il muro polveroso piuttosto che rischiare di sfiorare colui con il quale incrociano il passo.
I tavolini dei pochi locali aperti restano vuoti all’ora di pranzo, nonostante i richiami dei camerieri, sconsolati ed annoiati.
Perfino le coppie di innamorati sembrano baciarsi un po’ di meno.

Bancarella dei libri usati di Via Marconi.

Le farmacie faticano a sopperire alle richieste, molte espongono cartelli che comunicano l’esaurimento delle scorte, poche, invece, cartelli che invitano alla cautela ed all’assenza di panico.
Le librerie restano vuote, confermandosi il posto migliore in cui passare la quarantena. Scegliendo i volumi da portare a casa, e quelli da leggere in piedi, accanto agli scaffali.
La bancarella di libri usati è fonte di storie e chiacchiere con chi la gestisce, e dona la piacevole distrazione del cercare un volume da spedire a qualcuno che vive lontano.

Tra le mura dell’ex-ghetto, un musicista solitario e ombroso, sparge una melodia lieve, senza parole, nel sole.


Grazie a Francesca,
per le chiacchiere e i progetti in un immobile giorno di sole
.

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Una risposta a “La quarantena.”

  1. Francesca Vannucchi dice: Rispondi

    Sei un’attenta osservatrice e racconti con garbo ciò che vedi. Grazie per quello che racconti e per come lo racconti.

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