Dell’orto botanico e dei ricordi.

Fare le scuole elementari in montagna, significa imparare immersi nella natura.
Il merito, nel mio caso, è sicuramente di insegnanti lungimiranti, che venticinque anni fa avevano ben chiaro cosa servisse per guidare i bambini nell’apprendimento, stimolandoli e donandogli quella predisposizione alla curiositá verso ció che li circonda, che ritrovo ancora oggi in me e in molti miei compagni di allora.

Siamo stati fortunati, certo, abbiamo avuto tre Maestre con la “m” maiuscola, che non solo ci hanno insegnato a leggere, scrivere e far di conto, e lo hanno fatto con amore e passione infiniti, ma ci hanno anche mostrato il bello del mondo fuori dall’aula, l’importanza della manualitá e della collaborazione, il rispetto per gli altri e per il diverso. Portandoci fuori ogni volta che si poteva, nei nostri grembiulini neri col colletto inamidato, a piantumare alberi, costruire un giardino roccioso e scavare uno stagno, che prima della fine dell’anno scolastico era diventato un vero e proprio habitat per piante e animali.

Tra la flora che più mi piaceva, dello stagno, c’erano le ninfee, le quali mi sono sempre sembrate delle ribelli: le radici libere nell’acqua e non immerse in profonditá nella terra, appena ancorate al fondale, a sfatare ogni dogma della, poca, botanica che conoscevo allora. A cui si unisce una sola, grande foglia carnosa, che dal pelo dell’acqua aspetta il sole e il nutrimento che attraverso la fotosintesi sa donarle. E quell’unico fiore, ermafrodita solitario, culla delle libellule.


Le scuole elementari sono finite, e qualche volta sono tornata a spiare lo stagno, non senza una punta di nostalgia, da una curva della strada asfaltata poco più in alto che pareva fatta apposta.
Altre scuole si sono succedute, mi hanno portata via dal paese.
Ad un certo punto sono terminate del tutto, lasciandomi sola e piena di nozioni ad affrontare il mondo, ed alle ninfee ho smesso di pensare.

Ma, in una mattina di fine estate, pervasa di ansia e malumore, l’Orto Botanico di Bologna mi ha rigettata nei ricordi, ripresentandomeli davanti tutti assieme.
Sotto forma di un piccolo stagno in cui si specchia il cielo.

La maestra Angela che mastica una caramella alla menta, disegna alla lavagna vere e proprie opere d’arte in gesso su ardesia, e testa la nostra grammatica con i dettati.
La maestra Anna, la mia preferita, che ci interroga sulle tabelline in una sfida tutti contro tutti, che intima all’ordine in ogni mio quaderno nella sua, e mia, personale battaglia contro i mulini a vento, e ci insegna ginnastica con la gonna al ginocchio e le scarpe da tennis bianche.
La maestra Giuliana, che ci assegna ricerche sugli animali del bosco (come dimenticare la ricerca sul cinghiale!) e sulle piante autoctone dei nostri giardini, che imbraccia la chitarra e ci fa cantare nei lunghi pomeriggi piovosi.

La biblioteca buia, le scale con il bugnato nero, la vista dalla finestra dell’aula. Le porte di legno con la maniglia di metallo e la vernice che inizia a scrostarsi, i bagni in fondo al corridoio, l’odore disgustoso della mensa e quello incredibilmente ricco e variegato del parco tutto attorno. L’angusta e spaventosa aula di inglese e quella luminosissima di informatica per i primi approcci alla tecnologia. I cartelloni colorati, i murales di argilla, le scale di marmo su cui mettersi ogni anno in posa per la foto di rito. Il suono della campanella.

E poi i compagni, gli amici, le voci acute e ancora immature che accompagnano i giochi all’aperto e quelli al chiuso. Alcuni di loro li ho perduti, molti li incrocio solo distrattamente in qualche saltuario ritorno. Altri sono ancora qui, cresciuti e cambiati, come me del resto, ma in fondo ancora gli stessi.

E davanti a quello stagno, in un orto botanico di città, in cui le Maestre ci avevano portato in gita per disegnare i ginkgo biloba nel pieno della loro inflorescenza maleodorante, dopo essere stata sommersa da un turbine di aneddoti e scene così tangibili da essere reali, aver rivisto dietro gli occhi ogni attimo di quei bellissimi anni di bambina, mi rendo conto in un solo momento, che crescere in montagna, è stata la mia più grande fortuna.


Ad Anna, Angela e Giuliana,
per avermi per prime insegnato la bellezza del mondo.

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