La tradizione del 26 dicembre.

– ATTENZIONE. –
Contenuti fortemente “antinatalizi”.
Ma nel secondo paragrafo, terminano
.


A Lei non piace il Natale.

Non le piace la forzata felicità che si trascina dietro. Che sembra dover crescere di settimana in settimana, per avere il suo culmine proprio il 25 dicembre.
Non le piace la gente che accalca le strade per portare avanti la tradizione dello scambio dei regali, senza preoccuparsi davvero, nel farli, di cosa il ricevente desidererebbe avere.
Non le piace il ripetersi costante e perpetuo delle canzoni di Natale, ritirate fuori ogni anno. Interpretate ora da questo ora da quell’altro cantante, che ne regala una versione più pop, più rock o più tradizionale.
Non le piace l’albero pieno di palline colorate e luci. Né tanto meno i Babbo Natale di stoffa appesi ai balconi. Li trova, anzi, grotteschi.
Il presepe le piaceva, invece, un tempo. Ora le sembra un po’ superato, come concetto.
Non le piace dover partecipare a pranzi e cene, per giorni di fila, con questa o quella parte di famiglia.
Non le piace l’odore dolciastro e speziato del vin brulé che invade le strade.
Non le piace l’attesa della neve, perché il Natale deve essere, tradizionalmente, bianco.

A dicembre, subisce l’arrivo del Natale, di malumore. Per settimane.
Sopporta il succedersi di pranzi e cene, di allegrie faticose, con il pensiero fisso che passeranno. E fa il conto a ritroso dei giorni, delle ore, che mancano.

Ma quest’anno no.
Quest’anno è cambiato tutto.
A Natale si resta a casa, da soli o con un paio di persone care.
Certo è molto doloroso pensare a chi al Natale ci tiene. A chi lo vive come un’opportunità di condivisione, la possibilità per ritrovarsi e passare tempo assieme. A chi sembrerà l’ennesimo smacco in un anno sbagliato.
Ma per lei è un sollievo.
Quest’anno ci saranno i libri, poche passeggiate, e la calma silenziosa di una festa leggera.


C’è però una tradizione, che coltiva da anni e che non vuole abbandonare.
Il 26 dicembre, per Santo Stefano, va a camminare.

Per smaltire i pranzi e le cene, per scaricare la fatica delle lunghe giornate immobili in famiglia dei giorni precedenti.
Ma anche per chiudere l’anno con qualcosa che la fa stare bene.
E per permettere al punto di fine ed a quello di inizio di sovrapporsi: camminare salva, sempre. Non potrà mai farne a meno.

Quest’anno, il colore del vestito di Babbo Natale e delle palline dell’albero, si è talmente diffuso da trasformare l’Italia in una enorme caramella rossa, sigillata.
Questo significa che la montagna è preclusa. Anche quella vicino casa, appena oltre i colli di Bologna, che di solito ospita le sue passeggiate post-natalizie.
Ormai è noto: l’attività sportiva dovrebbe svolgersi il più possibile vicino alla propria abitazione, magari nei parchi pubblici. In forma individuale e rispettando la distanza di sicurezza di almeno due metri con altre, eventuali, persone.

Anche la tradizione si adeguerà alle normative in vigore: i Giardini Margherita, in Salomon azzurre.

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Fonte: www.giardinimargherita.com .

Il più grande parco della città si estende per 26 ettari, appena fuori dalla cerchia di mura.
Fu inaugurato nel 1879 con il nome di Passeggio Regina Margherita, in onore della visita della stessa l’anno precedente, e ancora oggi conserva buona parte dell’assetto originario, ispirato ai parchi romantici inglesi.

Entrando dal grande cancello su Porta Castiglione, si mantiene la destra. Superata la giostra dei bambini, tristemente spenta e con le serrande abbassate, in breve si raggiungono le Serre, un tempo adibite proprio a questo scopo, oggi strutture di ferro e acciaio al servizio del co-working, di eventi culturali e workshop e della condivisione delle tiepide serate bolognesi.
Al loro ingresso, dove un tempo c’erano le gabbie dei daini, oggi c’è la ricostruzione di una capanna villanoviana, civiltà che rappresenta la fase più antica della cultura etrusca, utilizzata a scopi didattici. Mentre la gabbia che ospitava i due cuccioli di leone catturati in Etiopia e donati alla città nel 1939, è ancora ben visibile, essendo stata utilizzata fino agli anni ’70, ed evidenziata da una delicata installazione.

Seguendo la curva del viale, ricoperta dal parcheggio spesso selvaggio degli abitanti della zona, si circumnaviga la parte posteriore della scuola elementare e del Circolo del Tennis, costruito nel 1902 per volere di un piccolo gruppo di studenti appassionati di questo sport, che ricevettero al deroga dal Comune.
Al Piazzale Mario Jacchia, lo zig-zag torna indietro lungo Viale Drusiani, sfiorando appena la Palazzina Liberty bianca e rosa, che fu costruita come caffè dalle ampie terrazze e sale sfarzose, per sostituire lo chalet in legno, distrutto da un incendio alla fine dell’Ottocento. Oggi, lo stesso chalet, è stato ricostruito in mezzo al laghetto, con la speranza che in quella posizione protetta dalle acqua placide, il fuoco non avrebbe più potuto raggiungerlo.
Si passa davanti alle Scuole Fortuzzi, inaugurate nel 1917 con l’intento di aiutare i bambini malati attraverso lo studio all’aria aperta, e garantendo un’istruzione, magari solo “di passaggio”, anche i figli delle classi meno abbienti, non solo attraverso le lezioni tradizionali, ma in combinazione con la cura dell’orto e degli animali, le gare di corsa e di canottaggio. Una scuola nuova, esperienziale, che tanto serve ancora oggi. Forse, maggiormente oggi.

In giro non ci sono molte persone, qualche cane corre libero, alcuni anziani in abiti sgargianti si mantengono in forma in mezzo al prato umido. I bambini imbottiti come piccoli pupazzi di neve colorati si arrampicano su alberi dai rami ampi, a sfiorare il suolo, mentre le madri, appoggiate ai passeggini come alla ringhiera di un balcone, chiacchierano tra loro.
Il laghetto, i due ponticelli, le tartarughe in letargo. Lo chalet immobile e chiuso, tra i giochi di fontane e selenite, la “pietra di luna” tipica della zona. Tutto attorno vi corre il tratto del vecchio Canale di Savena, asciutto ed ingombro di foglie.
Tornando leggermente indietro, si raggiunge il cancello su Porta Santo Stefano, con la statua equestre di Vittorio Emanuele II, trasportata qui nel 1944 da Piazza Maggiore. E si lascia il parco.


Un itinerario piccolo piccolo. Ma capace di suggestioni se affrontato con la dovuta calma dell’osservatore curioso.
Partendo da Piazza Maggiore e imboccando Via Castiglione, dopo aver zigzagato dentro i Giardini, li si lascia dal cancello ancora più maestoso su Porta Santo Stefano, si sfiora il Baraccano, e si segue Via Santo Stefano fino a tornare al punto di partenza.

lunghezza anello: circa 6 km.
tempo: 1 ora e 10 minuti.

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