Samariá Gorge.

Diciassette chilometri. In discesa.

1250 metri di dislivello: da Omalos, sulla cima del monte, al mare.

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I ciottoli bianchi e levigati, ricordo dell’antico fiume che ha scavato con il suo scorrere il sentiero, mettono alla prova le caviglie.
Le gambe tremano per lo sforzo, cosí poco abituate all’andamento della discesa.
Gli alberi si fanno sempre piú radi. Caprette Kri Kri emergono dal paesaggio brullo. Incuriosite.
Un uomo ed il suo mulo carico di stoffe procedono in direzione opposta.
Risalgono la corrente, diretti ad un paese quasi completamente abbandonato nel mezzo della gola.

Le pareti a strapiombo delle due montagne ci stringono. Chiudono la visuale sul cielo.
Ogni passo verso l’uscita é un passo in piú nel sole cocente del mezzogiorno greco.
La maglietta si incolla alla schiena, le gocce di sudore corrono a solleticare la pelle.

Un debole rivolo di acqua riemerge dal terreno arido nel punto piú stretto tre le due alte pareti.
Poi il paesaggio si riapre, tornano gli alberi. Ma si portano dietro poca ombra, quasi beffardi.

Il mare accoglie, l’azzurro del cielo si fonde a quello delle onde.
Sabbia nera e rovente. Acqua gelata per distendere i muscoli.

Scendere é sempre piú difficle che salire.
La discesa, generalmente, é sinonimo di addio.

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