For security reasons.

Un’ennesima partenza, quando tutto è diventato differente nella sua vita.
Un abbandono, per certi versi. Una fuga da quello da cui non è più necessario scappare.

Lei e la solitudine estrema.
Nessun compagno di viaggio, ma in aereo condivide la prima fila con due ragazzi che, a loro volta, esplorano il mondo in solitaria.
Si confidano vicendevolmente, raccondandosi storie di viaggi passati e sognando quelli che ancora devonono venire.

A Tel-Aviv, all’arrivo, le vengono poste domande strane e incalzanti, per indagare sui reali obiettivi di quel soggiorno.
Come fai a sapere che esiste Israele?”.
Un popolo contraddittorio, fin dal primo minuto.

Un Natale in Palestina, nessuna tradizione, ma molte domande a cui dare una risposta.
Qualcuno di importante, circa 2000 anni fa, nasceva qui, in una Bethlehem ora contornata dai muri. E dai suoi graffiti.

Ovunque la natura è violata per costruire insediamenti. Per apporre controllo, per monitorare la “situazione”, qualunque essa sia.
Nuovi boschi di cemento armato si sostituiscono a quelli precedenti ed ai loro alberi brulli.
Contemporaneamente, la Palestina riscrive i suoi contorni, cercando di difendersi.
Creando una continuità verticale che permetta di tagliare la continuità in senso orizzontale che vuole assumere Israele.


Gerusalemme.
Un check point per Kalandia, West Bank.
Filo spinato lungo le strade, e nel cielo diverse bandiere a creare separazione anche dell’azzurro terso. Ad ognuno la sua porzione di firmamento.
Targhette di legno recanti simboli della Torah per augurare benedizione sulle porte di case illegalmente espropriate. Altre contraddizioni.
Le strade spiate da telecamere, nella città che dovrebbe essere un unitario simbolo di pace.

L’inumanità del vivere.


La notte della Vigilia di Natale mostra il lato migliore degli abitanti di questa terra guerriera.
Cristiani, mussulmani ed atei festeggiano assieme, nel giallo della piazza principale di Beit Sahour.
La messa di mezzanotte in arabo è la migliore sintesi di un Natale multietnico iniziato con una cena condivisa tra trenta persone, a base di parmigiane di melanzane rivisitate e finito a shot di tequila.


Hebron.
Abramo, padre di tre religioni.
Riposa con fatica, nel mezzo di una moschea e di una sinagoga. Tagliato a metà da una faida.
Un check point tra una parte e l’altra della città, il controllo totale.
Strade devastate, militarizzate. Chiuse da muri di lamiera e reti. Dall’immancabile filo spinato.
Ragazzini addestrati a puntare il mitra, perché il terrorista potrebbe nascondersi ovunque. Anche in una ragazza europea che cammina da sola tra le strade praticamente deserte di quella città devastata dall’odio.
Bambini che tirano pietre. Il cielo invisibile.

Qualcosa si spezza. Dentro.


Ripartire, e lasciare lì un grande pezzo di cuore, troppo pesante per poterlo riportare indietro.
Un arrivederci a questa terra dolorosa e contemporaneamente incantata, che negli ultimi cinquantacinque anni ha visto sì e no quattro mesi di pace.
Non consecutivi.


“I’m Palestinian.”
Tre parole, tutto l’orgoglio dentro.

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