La cura. – Via degli Dei in quattro tempi – Primo tempo

 

Esiste una cammino chiamato Via degli Dei, che unisce Bologna a Firenze, in una lenta scalata degli Appennini.

C’è chi dice fosse un’antica via militare romana, chi invece che il nome altisonante derivi dai toponimi divini dei monti che si devono superare prima di riconquistare la pianura.
Senza dubbio è stata battuta in periodo di guerra da partigiani e rifugiati.
Ed ora, i camminatori del ventunesimo secolo partono, per dimostrare qualcosa a sé stessi, per dimenticarsi la frenesia della vita quotidiana e ricongiungersi a quella natura antica, così semplice, dove lo spostamento dipendeva soltanto dalle capacità delle proprie gambe e dalla resistenza del fisico.

E tutti questi vindanti moderni cercano, ciascuno a modo proprio, qualcosa di più: il lenitivo per le loro ferite.
Potersi perdere e ritrovare.


Primo tempo.

Piazza Maggiore alle sei del mattino è silenziosa, debolmente illuminata dal riverbero delle luci di Via D’Azeglio.
I camerieri assonnati iniziano a sistemare i tavolini dei bar, ci sono appena un paio di persone in giro.
E loro due, pronti a partire, seduti sul bordo del Crescentone, quella focaccia rialzata che costituisce centro della piazza principale della città.
Loro due, per metà amici, per metà sconosciuti.

Quel venerdì mattina, con la sua alba mai arrivata, li obbliga a partire col buio, e preannuncia una giornata uggiosa.
Non immaginano ancora cosa significherà passare quattro giorni consecutivi a camminare, con otto chili di zaino sulle spalle, ma sono sospinti in avanti da un entusiasmo sfrenato.
Si arrampicano per le vie dei colli, mentre adolescenti su vespe anacronistiche scendono in direzione opposta, per dirigersi al liceo.

Nuvole basse, cielo di panna.
L’asfalto li accompagna all’uscita della loro città, di quel luogo sicuro.
Anticipando la tabella di marcia, giungono alla Pieve del Pino e al suo sperone, che dalla città non si può ammirare.
Un solitario cipresso domina la vallata sottostante, austero nella nebbiolina sottile.
Finalmente incontrano il sentiero 101 della BO-FI, ed entrano nel bosco, dove millantati animali selvatici tendono agguati invisibili.
Scalano Monte del Frate con le gambe ancora leggere, raggiungendo la croce sulla arrotondata cima un secondo prima della pioggia.
Concludono la prima tappa quando il temporale si fa troppo intenso, il cielo nero dell’ora dopo il mezzogiorno, il buio precoce.
Si fermano nell’unico agriturismo che li può riparare sotto una tettoia.
Il gestore, silenzioso e sulla difensiva, concede loro una camera per passare la notte all’asciutto.
Il suono della porta che gli si chiude alle spalle è la perfetta sintesi del suo carattere.

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