Vienna.

Un autobus delle poste in partenza da Berlino.
Un treno merci con annessa qualche carrozza passeggeri in partenza da Bologna.
Un viaggio della speranza da quasi trentenni.

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Una città che spaventa per la risolutezza del barocco.
E per l’egemonia di una cattedrale gotica con ricamato tra le tegole del tetto lo stemma degli Asburgo.
Il sonno dell’Impero lascia il suo velo ancora delicatamente posato sui palazzi. Enormemente e spavaldamente bianchi.
La storia trascinata attraverso i secoli, pesante delle dinastie che si sono succedute, orgogliosa.
Arroccata in severi castelli, come monito a perpetuo ricordo di un’enormità che forse, ormai, da troppo manca.

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Sotto i portici del municipio non cammina nessuno.
Anche i turisti sono intimoriti dalla primavera che si nasconde e da quel marmo che pare quasi cera, capace di sciogliersi in qualunque momento, trascinandosi dietro centinaia di anni di sogni.

Ovunque risuonano le note fantasma delle sinfonie composte durante l’epoca del grande splendore, quando le sale da ballo erano sempre pronte ad ospitare feste danzanti, le parrucche inamidate, e le contesse disposte a stringere fino allo stremo le stringhe del busto e lasciar frusciare le gonne pur di accaparrarsi il partito migliore dell’alta società.

Però, appena fuori dal centro storico sa stupire con un insolito quanto imponente monumento

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all’Armata Rossa, che liberò la città dai tormenti.
Sa sbalordire con la Hundertwasserhaus, privando il visitatore del fiato nel saliscendi di mattoni rossi e colori pastello, accecandolo nel brillio di oro e lustrini.
Riesce ad incantarlo con i locali di musica dal vivo nascosti sotto i binari della U-bahn, e con uno stile metropolitano che non ci si aspetta di trovare nascosto appena dietro un monumento laccato in oro.

Sorprendente e sicuramente unica, Vienna.

A Valerio e Martina, per l’idea e la compagnia.
A G., sempre accanto, in ogni momento.
A Silvia, per la breve ospitalità nella sua porzione di mondo.

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