“I contadini di tre paesi si erano dati convegno nella contrada di Portella della Ginestra per la celebrazione della festa del lavoro.
Come negli anni precedenti si erano fatti accompagnare dalle rispettive famiglie poiché, più che una festa di partito, trattavasi di una festa campestre. Non mancavano, quindi, donne e bambini, tanto più che in quella contrada i contadini arrivarono con tutti i mezzi di cui potevano disporre: oltre che a piedi, arrivarono con i caratteristici carretti siciliani, con i carri, con i traini, con biciclette, con quadrupedi.
[…]
In attesa di quelli che dovevano essere gli oratori, i convenuti si erano sparsi per la campagna sottostante alla montagna del Pelavet per consumare la frugale colazione che le famiglie avevano preparato, ovvero quella che le organizzazione, cui i singoli appartenevano avevano gratuitamente distribuito.
{…]
Da poco lo Schirò aveva appena cominciato a parlare, quando fu avvertito un primo colpo di arma da fuoco,  a cui altri immediatamente seguirono e poi ancora altre raffiche.
[…]
Finiti gli spari, ognuno chiamò a gran voce i congiunti ed insieme o anche isolati, si avviarono per far ritorno al proprio paese, utilizzando, a tale scopo, ogni mezzo. I feriti furono raccolti con carri, carretti, biciclette, quadrupedi, furono accompagnati a Piana degli Albanesi o a San Giuseppe Jato, donde furono avviati verso Palermo per farli accompagnare negli ospedali della città. Il bilancio di quella giornata che doveva essere di festa, su il seguente: undici morti trovati sul terreno, ventisei i feriti più o meno gravemente.”

(dalla sentenza della Corte d’Assise di Viterbo del 3 maggio 1952)

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Settant’anni fa, la prima strage di Stato della Repubblica Italiana, allora appena nata.

Ci sono le vittime, quattordici persone.
Ci sono i presunti colpevoli, e ci sono i presunti innocenti. Ci sono i pentiti, e quelli che non sono mai centrati niente.
Ci sono le bugie, le mezze verità, le frasi allusive, le colpe scaricate e le decisioni dei magistrati.
Ci sono i morti ammazzati in circostanze misteriose, c’è la stricnina. Ci sono le vendette personali.
C’è la festa del primo maggio, le sue bandiere rosse, e un memoriale per salvaguardare la Storia.
Ci sono i sopravvissuti.

La realtà dietro i fatti di sangue, probabilmente sarà sempre taciuta.
Le risposte sono da cercare tra quelle pietre, spettatrici immobili del massacro. E nel vento, che alza la polvere dal suolo e, assieme al profumo delle ginestre, la sparge tutto intorno. Basterebbe soltanto saper comprendere la loro voce.

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“<Mi chiamo Vincenza e avevo otto anni.>
Pochi anni di vita. Le amiche… troppe persone quel giorno.
Io ero una bambina di otto anni.
Non ho avuto il tempo di salutare nessuno, non ho avuto il tempo di innamorarmi.
Non ho avuto il tempo, sono rimasta a Portella.
(Noi che gridammo al vento, Loriano Macchiavelli)

Tra 63 giorni partiremo per venire da te, in Sicilia, a Portella.