Il destino a volte è beffardo, si gira di scatto e ti osserva con un ghigno ambiguo sul volto, e sai che sta per prendersi gioco di te.

La ragazza ha passato una vita intera a scappare, ad allontanarsi da un passato in cui la realtà le tarpava le ali, densa come pece.
E’ fuggita lontano, lasciandosi alle spalle anni di reclusione in obblighi di monotonia. Sacrificando amicizie, tra le grida strozzate nel tentativo di scollarsi di dosso quel bollino dovuto alla provenienza, che la rendeva sempre qualcosa in meno, che la rendeva sempre qualcos’altro in più.
Un marchio a fuoco, impossibile da cancellare per quanti chilometri interponesse tra sé e il paese. Tra sé e quella montagna che si crede città, dove ha formato il suo intelletto e la sua persona in una fuga continua dentro libri e vite altrui, fingendo di essere altrove, agognando che, in verità, quel luogo nemmeno esistesse.

Mesi e anni passati a svicolare il ritorno, se non per poche ore, per un saluto veloce, senza un solo barlume di maliconia, senza mai un pentimento.
Se ne era andata. Era libera. Poteva finalmente esprimere il proprio essere, senza doverlo limitare a quello spazio stretto e angusto.

Ma il destino sardonico era lì, dietro l’angolo.
Quando ormai credeva di aver tagliato ogni radice, il suo ghigno si è manifestato, e l’ha obbligata a tornare indietro, a fare ogni giorno il conto delle esperienze che lì ha vissuto, di quello che i luoghi le hanno lasciato.
Costringendola a non negare l’affetto che, in fondo, è ancora radicato, un piccolo germe che ogni tanto sussulta.
Ritrovandosi, suo malgrado, ad apprezzarne l’autunno, la stagione più bella su quelle montagne. Che mai aveva guardato in questo modo.
I colori in mutamento, il giallo delle foglie delle querce, incorniciati da una leggera foschia, che ben presto si apre scoprendo un cielo azzurrissimo, che pochi chilometri oltre non esiste più.
La montagna più alta, quella su cui ancora le piace trovare riparo, seppur di rado, già imbiancata, che dai suoi nemmeno duemila metri protegge i paesi sottostanti, ricordandogli ogni giorno che, forse, obiettivamente, i luoghi dai quali proviene non sono stati mai così terrificanti.

Inducendola, seppur per pochi istanti, a ritrovarsi sopraffatta dalla bellezza della Natura.
A vacillare nelle sue convinzioni, a riconsiderare la fermezza di quella fuga.

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“[…]
Nei paesi novembre è un bel mese dell’anno:
c’è le foglie colore di terra e le nebbie al mattino,
poi c’è il sole che rompe le nebbie. Lo dico tra me
e respiro l’odore di freddo che ha il sole al mattino.
[…]”
(Cesare Pavese, Estate di San Martino)