Un tempo, tra le morene terminali dell’attuale Ghiacciaio del Lys e l’alpe Sikken, esisteva una città florida e ricca. La posizione favorevole permetteva infatti ai suoi abitanti di mantenere proficui scambi commerciali con la Val d’Ayas, quella di Gressoney e il Canton Vallese.
Il suo nome era Felik.

Con l’accrescersi della ricchezza i modesti montanari che l’avevano sempre abitata iniziarono a peccare di orgoglio: i pasti frugali si trasformarono in pranzi dalle cento portate, le modeste baite di montagna si tramutarono via via in palazzi ricchi di decorazioni e stucchi, ed il vestiario si fece più ricercato e sfarzoso.
Avevano anche dimenticato le proprie origini e i precetti di mutuo aiuto che da sempre erano valsi tra le popolazioni alpine.Un giorno si presentò alle porte della città un misero viandante, sporco e trasandato, chiedendo ospitalità. Ma nessuna famiglia gliene offrì.
A questo punto le possibili versioni della storia si sprecano: c’è chi incolpa un folletto che instillò il seme della vendetta nel petto dell’anziano viandante, chi dice che altre potenze sovrannaturali si mossero per punire i paesani arroganti, chi sostiene invece che la maledizione sia stata lanciata dal pellegrino stesso, senza nessuna intercessione.
Sta di fatto che da quel giorno nevicò abbondante sulla città di Felik, per decine di giorni tanto che neve e ghiaccio ricoprirono ogni cosa, condannando a morte gli animali strizzati nei pollai e nelle stalle, ricoprendo le legnaie, bloccando le vie di comunicazione e arrivando, piano piano, a sommergere le abitazioni.
Narra la leggenda che l’ultimo a vedere la città di Felik fu il giovane curato, che aveva cercato rifugio sulla cima del campanile, e dalla sua altura poté scorgere la terribile visione della città inghiottita dal bianco mortale, con gli ultimi sporadici camini dai quali fuoriusciva un fumo sempre più debole.

Oggi della città non resta che il nome, ora attribuito al ghiacciaio che ha ricoperto il colle su cui si dice sorgesse.
Gli abitanti di Gressoney e i vecchi montanari ancora raccontano di come nelle notti particolarmente fredde e ventose si possano udire i lamenti dei paesani, inghiottiti dai ghiacci.

 

Meno otto.
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