Li sveglia il ribollire della Dora Baltea, che irosa di flutti attraversa il paese.
Dal medesimo punto che, ventitré giorni dopo, sarà anche l’arrivo, iniziano a sistemare i passi in fila, uno dopo l’altro, seguendo i segnavia gialli con inciso il “2” nel triangolo, che per dieci giorni sarà ossessione e salvezza.
Si lasciano alle spalle i 1224 metri di Courmayeur, i suoi volgari negozi costosi, le famigliole di turisti, per raggiungere le morene glaciali ormai ridotte a solo sfasciume.
La prima salita è sempre estremamente faticosa, è risaputo: il fisico non è abituato al peso aggiuntivo dello zaino, il corpo tutto non accetta la richiesta di moto perpetuo, opponendosi con grossi goccioloni di sudore, ma, superato l’arrivo della funivia, finalmente lo si scorge, dietro un promontorio. E’ Lui, il massiccio del Monte Bianco, la più alta vetta della vecchia Europa, che avvolge in un abbraccio di roccia granitica la Val Veny, quasi a volerla rassicurare.
Un torrente scende dal ghiacciaio in tumultuose cascate. Lei ci tuffa le mani, schizza acqua gelata tutto attorno ed esclama “era la neve!”. Felice.

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Alle loro spalle, nell’accecante luce del mattino, la Grandes Jorasses.

Il secondo giorno lasciano la Val Veny per dirigersi verso il loro primo valico, raggiunto con un ampio zig-zagare: Col de Chavannes, poco più di 2600 metri.
La lunga discesa che da qui porta a La Thuile gli ruba quasi quindici chilometri, e mette a dura prova le giunture ancora arrugginite dall’immobilità.
Entrando in paese li coglie il primo temporale. Sperano di riuscire a lasciarselo alle spalle perdendosi in una tazza di cioccolata calda, per poi affrontare gli ultimi mille metri di salita. Ma i risultati non sono quelli sperati: l’ascesa è senza tregua, ripida di balzi e strette curve, le ire del cielo anche. Arrivano fradici e infreddoliti, e oltre il grigio scorgono la Testa del Rutor che li sbeffeggia per la loro lentezza.
Il rifugio è pieno di genti in fuga dall’ultimo fine settimana di luglio in città. I più grezzi si vantano di imprese che non compiranno mai, mentre la peggiore cena della Vallèe riscalda le membra, orfane anche di una doccia dopo il tanto piovere.

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Verso il Rifugio Deffeyes.

Partono all’alba, nell’aria fredda.
Superano il recinto del bestiame e iniziano la salita al primo dei due passi di giornata, nascosti nel versante all’ombra, ancora ricco di nevai.
L’Haute Pic è appena sfiorato dai raggi del sole, e dona un assaggio delle cime attorno nella giornata tersa.
Il forte vento che sale dal canalone impone la fuga verso la gola tra le due montagne, tagliata in due dal torrente.
Da lì la salita ricomincia implacabile e polverosa, fino alle grandi pietre chiare che incorniciano la vetta del Col de la Crosatie (2826 metri s.l.m.).
In contrasto con il cielo azzurro, gli occhi possono abbracciare i Grandi Giganti della Vallée, dal maestoso Monte Bianco fino al Monte Rosa, passando per il ghiacciaio del Grand Combin e la punta austera del Cervino.
Matura in loro il desiderio di fermarsi accanto al segnavia di pietra per sempre, facendosi pietra a loro volta. Ma in fondo alla valle, superato il Lac du Fond, li aspetta il tempo immobile del piccolo Planaval.

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Grand Assaly (3173 m s.l.m.), di riflesso.

Partono ad alba già sfumata, alla volta di Valgrisenche, lungo un sentiero lontano dalla strada asfaltata, che racconta di epoche in cui gli spostamenti si facevano su percorsi meno comodi, per evitare gli attacchi dei malviventi.
Lasciano il paese e il monumento ai caduti che domina la piazzetta per iniziare la salita verso il passo di giornata: il Col Fenêtre (2840 metri s.l.m.).
Un intrepido cane bianco li accompagna fino alla vetta del colle, prima attraverso una semplice salita nel bosco, poi per un erta pietraia.
Oltre il valico, ben più in profondità nella valle, ci sono pascoli verdi e il paesino di Rhêmes-Notre-Dame.
Un primo salto di roccia nasconde interamente il sentiero che gli permetterà di raggiungere i prati, e ben presto scopriranno che quello che doveva essere una stretta serpentina sassosa è invece ancora ricoperta da un profondo nevaio, ripido e verticale, per il quale non hanno né attrezzatura né molto coraggio. Tantomeno alternativa.
Decidono di procedere spalle alla roccia, scendendo lateralmente, scavando nella neve dura una fitta scaletta. Impiegano più di un’ora per coprire circa trenta metri, fino a ché lui non scompare dentro un’insenatura. Lei, che procede poco più in alto, non capisce, si allarma. Ma quando lo raggiuge scopre che, a questo punto un’alternativa c’è: evitare di percorrere altrettanti metri di ghiacciaio passandoci sotto, in un piccolo pertugio tra il bianco e la roccia, che gratta le braccia e li vede equilibristi. Una corda fissa, azzurra, permette di calarsi per gli ultimi metri, ed arrivare al pascolo, derisoriamente verde.
Hanno le gambe stanche, le menti provate dalla concentrazione e dalla paura.
Seduti sull’erba del fondovalle possono ammirare tutto attorno le vette a cui sono sopravvissuti, anche oggi.

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Il riposo del cane guida.

Col Entrelor: 3007 metri s.l.m..
Li aspetta alla fine della più faticosa salita dal giorno della partenza, complici le quattro tappe precedenti ad appesantire le gambe.
Il bosco li accompagna fino a un alpeggio abbandonato, e dalle loro spalle iniziano ad apparire viandanti che ben presto li supereranno a velocità doppia.
Il tratto finale della scalata è estremamente ripido, e ad ogni passo una piccola frana di pietrisco si stacca, attratta dalla gravità.
L’arrivo al colle è un protrarsi della sofferenza: l’esiguo spazio a disposizione è invaso di francesi tacchinanti e mangia-barrette, che li fanno propendere per la fuga più in basso, lungo la Strada del Re, fortemente voluta da Vittorio Emanuele II, che aveva fatto della Valsavarenche e del Parco del Gran Paradiso tutto, la sua esclusiva riserva di caccia allo stambecco.

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Gran Paradiso e fiori di campo.

 

Cinque giorni, per giungere da Courmayeur alla Valsavarenche.
Cinque giorni di salite, nevai, mattine gelide e fischi di marmotta.
Superando sei valichi. Salendo per settemila metri.