San Lorenzo, il sole tinge di azzurro il cielo e asciuga la nebbia.
Scendono spediti verso Gressoney, mentre flotte di fedeli poco allenati salgono verso la montagna per la messa nel piccolo santuario dedicato a lui.
Raggiunta la cittadina, trovano i primi sei chilometri di pianura, tra i vicoli e i sobborghi tanto amati da Margherita di Savoia da costruirci un castello da favola.
Nel sole cocente del primo pomeriggio, una salita verticale e polverosa li conduce ad Alpenzù, un piccolo villaggio Walser ora adibito all’ospitalità dei viandanti, da cui si mostra, finalmente, il massiccio del Monte Rosa in tutta la sua impressionante “glacialità”.
Tanto timido da non stagliarsi verso il cielo come altre montagne finora incontrate, ma anche tanto orgoglioso nella sua mole placida.
In serata li raggiungono due amici, che si sono spinti fino alla Vellèe per cenare assieme e, magari, condividere una tappa del viaggio.
Cambia il tipo di chiacchiere, aumenta il numero degli amari, e il freddo della notte non li ferma dall’andare a caccia di stelle cadenti nel nerissimo cielo montano.

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Il Monte Rosa visto da Alpenzù.

Partono in quattro, nella mattina fresca.
Una salita placida e verdeggiante, puntellata di pascoli e vasche da bagno trasformate in abbeveratoi, li conduce ai 2776 metri del Col Pinter, la cima sferzata dal vento.
Un altro ritmo guida i passi di quella prima parte di giornata, quattro paia di gambe e due coppie di bastoncini in cerca di equilibrio, tra risate argentine, tecnicismi, fotografie colorate. Dalla vetta di confine scenderanno separati, ricadendo lungo i due fianchi opposti.
Per una volta sono stati fortunati: il versante dell’ascensione è quello più morbido e amichevole. La discesa in Val d’Ayas non sarà altrettanto magnanima. A complicarla ulteriormente numerose deviazioni poco segnalate per i lavori di rinnovo degli impianti sciistici. Per farsi bella per l’inverno la montagna chiede il pegno a chi la ama d’estate.

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Col Pinter.

La conquista del Cervino è stata l’ennesima sfida italo-inglese ad una grande vetta.
Per anni si sono susseguiti i tentativi di scalata, che hanno visto indiscussi protagonisti Edward Whymper, inglese, e Jean-Antoine Carrel, guida alpina della Vallèe.
Finalmente, il 14 luglio 1865, Whymper riesce a raggiungerne la cima dal versante svizzero, strappando così ai valligiani il primato della conquista. Pianta sulla vetta la bandiera della Regina, ma si trascina in discesa un tragico epilogo.
Due giorni dopo, spinto da una nuova forza motrice, Jean-Antoine Carrel raggiunge a sua volta la vetta dal versante italiano. Era accompagnato da Jean-Baptist Bich e l’Abbé Amé Gorret, burbero parroco valdostano che si sacrifica per i suoi amici, senza raggiungere la sommità per attrezzare la discesa, dopo aver passato una intera vita a osservare la cima inclinata del Cervino dal basso della sua Valtournenche.
Quattro giorni attraverso i sui luoghi, salendo e scendendo valli in cui si respira ancora la stessa aria del prete anticonformista e delle guide alpine di fine ottocento, che impegnavano tutta la loro vita nella venerazione della Grande Montagna.

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Alba in vetta.

Resy e poi un rifugio ai piedi del Grand Tournalin da cui partire alle prime luci dell’alba, assieme ad una famiglia di camosci senza paura, verso la Valtournenche.
Per arrivare, in una folle corsa in salita, sul lago di Cignana, prima della pioggia. Per un soffio.
Ed essere attaccati da un branco di capre dalle lunghe corna.

 

 

Grazie a Matteo e Lidia,
per essere stati con noi per ore liete
ed essersi fatti carico del nostro peso superfluo.