La Via di Fuga

Soltanto camminando ci si può salvare

Autore: Martina (page 1 of 16)

Bologna – Mare. Meno Trenta.

E’ (quasi) tutto pronto: la meta identificata, le carte preparate, la lista di cosa mettere nello zaino in via di definizione.
Le scarpe, inseparabili, attendono solo di essere calzate.
Hanno deciso di partire in direzione opposta a quella che scelgono solitamente, puntando verso ovest invece che verso est. Per raggiungere il Mar Tirreno, e le sue spiagge ingombre di turisti, ovviamente coprendo l’intero tragitto a piedi.
Seguendo, però, una strada molto più lunga di quella che servirebbe e che, a detta di molti, sarebbe ragionevole percorrere.
La scelta del tracciato è stata fatta un po’ per mettersi alla prova, un po’ per toccare alcuni luoghi rimasti esclusi dai viaggi precedenti. Un po’ per ritrovare qualcosa perduto sui sentieri.

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Dalle montagne si vede il mare.

L’Isola d’Elba: 223 chilometri quadri in mezzo al Mar Tirreno.
Tagliata da una costa all’altra da un sentiero polveroso, che si arrampica sui rilievi, da cui si vede il mare.
La Grande Traversata Elbana.

Loro due, sono partiti in una primavera nascente, dove l’alba sorge presto e il sole non è ancora troppo spietato.
Hanno camminato per quattro giorni, partendo dalla punta più orientale dell’isola e dirigendosi verso ovest, finendo per portare sulla pelle i segni della direzione prescelta.

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La cattredale dei sogni.

A Notre-Dame ho conosciuto due americani, che casualmente ho incontrato nuovamente la stessa sera in un bar di Montmartre, e con cui ho condiviso una serata di vino rosso, leggermente acido, e tante chiacchiere.

Dalla terrazza di Notre-Dame ho scrutato in basso, in cerca dei segreti di quella città di ampi viali e buie viuzze, quella Parigi che sempre mi aveva affascinata e attratta nelle spire della Belle Époque.
Sono entrata nel suo ventre di madre, in cerca della ruota degli innocenti, dell’odore degli incensi, dei testi sacri, dell’anima di Hemingway, che forse nalla chiesa nemmeno è mai entrato.

A Notre-Dame sono scesa nel profondo dei miei tormenti, un gargoyle a farmi da guida, ed ho capito che più in basso di così non sarei potuta arrivare, tanto valeva provare a risalire, ma seguendo una strada diversa. In cerca della pace.


Per te, cattedrale dei sogni, scrivo alla prima persona singolare.
E verso tutte le mie lacrime.

Lì dove tutto ha avuto inizio.

Madrid, quattro anni dopo.

I vicoli chiari e luminosi alle prime luci del giorno, quando ancora Los Gatos devono rientrare dalla notte precedente, attardandosi per finire l’ultimo bicchiere o per fare colazione prima del riposo.

Qui, la ragazza cammina.
In compagnia soltanto di se stessa, come allora.
Con le mani in tasca, il passo veloce, lo sguardo che corre sui bordi dei palazzi e sul dorso delle panchine vuote.
Sui ciliegi dell’Opera, sui banchi del mercato, sui ciottoli di Plaza Dos De Mayo.
Sfiorando i confini della città dove ha lasciato il cuore.
La città dove tutto ha avuto inizio.
Dove ha deciso di rivalutare ogni passo compiuto fino a quel momento, mettendo in discussione quelle che, fino ad allora, erano state le sue priorità.

La città in cui ha deciso che valeva la pena scegliere la felicità.

E’ giunto il momento, per lei, di ricominciare ad inseguire i sogni.


“Se andate a letto la sera a Madrid passate per originale.
A Madrid nessuno va a letto prima di avere ucciso la notte.”

(Ernest Hemingway)

Inseguendo l’Abbè Gorret – Tor de Geants: la cronaca.

San Lorenzo, il sole tinge di azzurro il cielo e asciuga la nebbia.
Scendono spediti verso Gressoney, mentre flotte di fedeli poco allenati salgono verso la montagna per la messa nel piccolo santuario dedicato a lui.
Raggiunta la cittadina, trovano i primi sei chilometri di pianura, tra i vicoli e i sobborghi tanto amati da Margherita di Savoia da costruirci un castello da favola.
Nel sole cocente del primo pomeriggio, una salita verticale e polverosa li conduce ad Alpenzù, un piccolo villaggio Walser ora adibito all’ospitalità dei viandanti, da cui si mostra, finalmente, il massiccio del Monte Rosa in tutta la sua impressionante “glacialità”.
Tanto timido da non stagliarsi verso il cielo come altre montagne finora incontrate, ma anche tanto orgoglioso nella sua mole placida.
In serata li raggiungono due amici, che si sono spinti fino alla Vellèe per cenare assieme e, magari, condividere una tappa del viaggio.
Cambia il tipo di chiacchiere, aumenta il numero degli amari, e il freddo della notte non li ferma dall’andare a caccia di stelle cadenti nel nerissimo cielo montano.

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Il Monte Rosa visto da Alpenzù.

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