La Via di Fuga

Soltanto camminando ci si può salvare

Categoria: Viandanza (page 1 of 9)

Bologna – Mare. Meno Trenta.

E’ (quasi) tutto pronto: la meta identificata, le carte preparate, la lista di cosa mettere nello zaino in via di definizione.
Le scarpe, inseparabili, attendono solo di essere calzate.
Hanno deciso di partire in direzione opposta a quella che scelgono solitamente, puntando verso ovest invece che verso est. Per raggiungere il Mar Tirreno, e le sue spiagge ingombre di turisti, ovviamente coprendo l’intero tragitto a piedi.
Seguendo, però, una strada molto più lunga di quella che servirebbe e che, a detta di molti, sarebbe ragionevole percorrere.
La scelta del tracciato è stata fatta un po’ per mettersi alla prova, un po’ per toccare alcuni luoghi rimasti esclusi dai viaggi precedenti. Un po’ per ritrovare qualcosa perduto sui sentieri.

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Dalle montagne si vede il mare.

L’Isola d’Elba: 223 chilometri quadri in mezzo al Mar Tirreno.
Tagliata da una costa all’altra da un sentiero polveroso, che si arrampica sui rilievi, da cui si vede il mare.
La Grande Traversata Elbana.

Loro due, sono partiti in una primavera nascente, dove l’alba sorge presto e il sole non è ancora troppo spietato.
Hanno camminato per quattro giorni, partendo dalla punta più orientale dell’isola e dirigendosi verso ovest, finendo per portare sulla pelle i segni della direzione prescelta.

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Inseguendo l’Abbè Gorret – Tor de Geants: la cronaca.

San Lorenzo, il sole tinge di azzurro il cielo e asciuga la nebbia.
Scendono spediti verso Gressoney, mentre flotte di fedeli poco allenati salgono verso la montagna per la messa nel piccolo santuario dedicato a lui.
Raggiunta la cittadina, trovano i primi sei chilometri di pianura, tra i vicoli e i sobborghi tanto amati da Margherita di Savoia da costruirci un castello da favola.
Nel sole cocente del primo pomeriggio, una salita verticale e polverosa li conduce ad Alpenzù, un piccolo villaggio Walser ora adibito all’ospitalità dei viandanti, da cui si mostra, finalmente, il massiccio del Monte Rosa in tutta la sua impressionante “glacialità”.
Tanto timido da non stagliarsi verso il cielo come altre montagne finora incontrate, ma anche tanto orgoglioso nella sua mole placida.
In serata li raggiungono due amici, che si sono spinti fino alla Vellèe per cenare assieme e, magari, condividere una tappa del viaggio.
Cambia il tipo di chiacchiere, aumenta il numero degli amari, e il freddo della notte non li ferma dall’andare a caccia di stelle cadenti nel nerissimo cielo montano.

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Il Monte Rosa visto da Alpenzù.

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Di risaie e di nubi – Tor de Geants: la cronaca.

Un nuovo segnavia, con il re dei numeri primi che campeggia sornione in mezzo al giallo.
Lasciano il paese medioevale in salita, per riguadagnare i metri di dislivello persi con la discesa a Donnas.
Fa caldo, nel primo agosto valdostano.
I tanti scalini di pietra che si arrampicano erti all’interno della Valle del Lys non lasciano tregua al Dryton® delle magliette, su cui si allarga la chiazza più scura.
Guadagnato il crinale, l’afa del fondovalle si è tramutata in una spessa nebbia, che li costringe, il mattino seguente, a trovare una alternativa più sicura della via di cresta attrezzata.
Risparmiano tempo, certo, ma sono costretti a rinunciare ai paesaggi sulle vette tutte intorno, affogate nel latte.

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Rifugio Coda.

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Fuori Tor, l’Alta Via dimenticata – Tor de Geants: la cronaca.

Non sarebbero mai voluti partire, la mattina dopo, già in preda alla nostalgia di quella piccola porzione di Vallèe selvaggia e quasi dimenticata dai turisti.
Da Champorcher il Tor si stacca dall’originale percorso dell’Alta Via 2, per recuperare chilometri attraverso il fondovalle, ed arrivare a Donnas in un soffio.
A loro due, che con le Alte Vie vorrebbero andare fino in fondo, serviranno due giorni per coprire una distanza irrisoria, in un continuo su e giù di valli.
Appena il tracciato di bandierine gialle lascia il sentiero, la differenza nella manutenzione dei percorsi è palese.
Se ne lamentano gli abitanti del luogo e se ne lamentano Lui e Lei, costretti a seguire segnavia ormai completamente scoloriti.
Sbagliando strada, venendo attaccati da un branco di mucche che si sono viste usurpare il pascolo, scalando la densa pietraia che costituisce la cima del Colle della Fricolla (2540 metri s.l.m.) letteralmente a intuito e tentoni.
Ma tra quelle pietre bianche puntellate da licheni la pace è assoluta, e ripaga per ogni fatica spesa per raggiungerla.
Anche se l’ascensione non è stata nemmeno un assaggio rispetto al pagamento in dolore che richiederà la peggiore discesa dell’intera Vallèe, quella saltellante e infima fino al prezioso borgo di Crest di Sopra, quasi totalmente abbandonato, dove vengono accolti dalle note di una canzone della, un tempo, più famosa boyband di casa: i Lunapop.
Per quella sera sono, assieme ad altri due viandanti, i padroni quasi assoluti del borgo.
In cui lasceranno un altro pezzettino di cuore alla ripartenza.

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Crest di Sopra.

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