La Via di Fuga

Soltanto camminando ci si può salvare

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Il mutare della natura – Tor de Geants: la cronaca.

Il temporale li fa desistere dalla speranza di raggiungere quella che avrebbe dovuto essere la Cima Coppi del viaggio, i 3296 metri del Col Loson, ripiegando direttamente su Cogne.
Qualche giorno dopo scopriranno che la grandine ha martoriato i viandanti mentre i fulmini si infrangevano tra le pietre della valle. E convengono che, questa volta, abbiano fatto la scelta più saggia.
Possono, per lo meno, approfittare del cambiamento di programma per riposare i muscoli urlanti e dedicarsi al tradizionale passatempo dei turisti: l’ozio. Con negli occhi il ghiacciaio della Becca della Tribolazione.

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Prati di Sant’Orso e Becca della Tribolazione.

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Da zero a settemila – Tor de Geants: la cronaca.

Li sveglia il ribollire della Dora Baltea, che irosa di flutti attraversa il paese.
Dal medesimo punto che, ventitré giorni dopo, sarà anche l’arrivo, iniziano a sistemare i passi in fila, uno dopo l’altro, seguendo i segnavia gialli con inciso il “2” nel triangolo, che per dieci giorni sarà ossessione e salvezza.
Si lasciano alle spalle i 1224 metri di Courmayeur, i suoi volgari negozi costosi, le famigliole di turisti, per raggiungere le morene glaciali ormai ridotte a solo sfasciume.
La prima salita è sempre estremamente faticosa, è risaputo: il fisico non è abituato al peso aggiuntivo dello zaino, il corpo tutto non accetta la richiesta di moto perpetuo, opponendosi con grossi goccioloni di sudore, ma, superato l’arrivo della funivia, finalmente lo si scorge, dietro un promontorio. E’ Lui, il massiccio del Monte Bianco, la più alta vetta della vecchia Europa, che avvolge in un abbraccio di roccia granitica la Val Veny, quasi a volerla rassicurare.
Un torrente scende dal ghiacciaio in tumultuose cascate. Lei ci tuffa le mani, schizza acqua gelata tutto attorno ed esclama “era la neve!”. Felice.

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Alle loro spalle, nell’accecante luce del mattino, la Grandes Jorasses.

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La città di Felik – Meno otto al Tor de Geants

Un tempo, tra le morene terminali dell’attuale Ghiacciaio del Lys e l’alpe Sikken, esisteva una città florida e ricca. La posizione favorevole permetteva infatti ai suoi abitanti di mantenere proficui scambi commerciali con la Val d’Ayas, quella di Gressoney e il Canton Vallese.
Il suo nome era Felik.

Con l’accrescersi della ricchezza i modesti montanari che l’avevano sempre abitata iniziarono a peccare di orgoglio: i pasti frugali si trasformarono in pranzi dalle cento portate, le modeste baite di montagna si tramutarono via via in palazzi ricchi di decorazioni e stucchi, ed il vestiario si fece più ricercato e sfarzoso.
Avevano anche dimenticato le proprie origini e i precetti di mutuo aiuto che da sempre erano valsi tra le popolazioni alpine. Continue reading

Punta Sofia.

Bologna in preda al Pride, l’aria al Piazzale Medaglie d’Oro è afosa.
La maglietta rossa di ordinanza, simbolo di perpetuata umanità. Sono in tre, forse un po’ ridicoli a vedersi, pronti per salire in montagna.
Imboccano la SS Porrettana e scivolano lungo le morbide curve, superando uno dopo l’altro la città natale di Guglielmo Marconi, l’Antica Misa, la foce del Silla, Lizzano in Belvedere, dove poco prima dell’ingresso in paese la Panda stacca sulla sinistra e la strada si inerpica, all’ombra vegetale.
Superato l’abitato di Pianaccio, la sinusoide carrabile conduce al Rifugio Segavecchia, con i suoi muri in pietra e la veranda in legno. Continue reading

Il monte inesistente – Meno Trenta al Tor de Geants

Per secoli il Monte Bianco, la più poderosa delle cime alpine, non è esistito sulle mappe, come inghiottito da un enorme buco nero.
Le vette vicine vengono battezzate fin dall’epoca romana, ma nel corso dei secoli, mentre a Courmayeur si estraggono argento e oro dalle miniere e i vescovi esorcisti fanno la spola tra Ginevra e Chamonix per fermare l’avanzata luciferina dei ghiacciai, del Bianco non c’è traccia.
Non possiede nemmeno un nome, perciò non esiste. Continue reading

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