Isole di Resistenza in Bolognina.

La Bolognina, storicamente, è il quartiere operaio della città.

Nel Novecento, alle spalle di Piazza dell’Unità che ne è, indubbiamente, il cuore, nacquero ed operarono una serie di fabbriche metalmeccaniche, accanto allo storico deposito-officina della Tramvia. La loro presenza ha spinto i lavoratori del settore a spostarsi a vivere in questa zona della città, dagli altri quartieri di Bologna stessa, ma anche, nel secondo dopoguerra, dall’Italia meridionale e dalle province vicine.
Il tempo e gli avvenimenti storici, hanno fatto in modo che in questa zona si consolidassero le sindacalizzazioni e la lotta per le uguaglianze sociali, le scuole professionali specializzanti, le Case del Popolo e i centri sociali. Inoltre, ai tempi della Resistenza, le fabbriche stesse sono state fondamentali per far fiorire i primi semi della rivolta, così come nelle lotte degli anni ’60. Non è un caso che, per accedere al quartiere si possano scegliere tre accessi: il ponte Giacomo Matteotti, il ponte Stalingrado, o il sottopassaggio Francesco Zanardi. Nomi che, fin dall’ingresso, mettono in chiaro lo spirito che si troverà in questa porzione dell’oggi ormai più grande quartiere Navile.

Però, negli anni ’90, le fabbriche hanno chiuso, una dopo l’altra, e gli operai se ne son andati, sradicando parte del tessuto sociale costruito nel secolo precedente. Hanno lasciato il posto ad emigranti di territori ben più lontani, che hanno cambiato l’aspetto del quartiere, rendendolo multietnico, con tutto quello che questo comporta.
E proprio questo, della Bolognina, la affascina, da sempre: quello che sembra diverso, è invece continuità.
L’arrivo di genti e popoli molto lontani tra loro, che pian piano hanno trovato maniera di integrarsi uno con l’altro e con le poche azdore rimaste a presidiare il quartiere, permette di respirare ancora quell’odore di fratellanza sociale e disponibilità all’aiuto, mescolato alle spezie ed alla cipolla che sfrigola nei soffritti già dalla mattina presto. E condito dai chiassosi giochi dei bambini o dalle chiacchiere ad alta voce in tutte le lingue del mondo. Non è raro, infine, incontrare persone provenienti da parti opposte dell’Africa o dell’Asia, che parlano tra loro in un italiano affaticato, avendola come unica lingua veicolare a disposizione per capirsi ed accordarsi.
Tutto questo, a ben vedere, non è molto diverso da quello che è avvenuto precedentemente, dalla mescolanza di caratteri ed idee, per formare un tessuto sociale compatto, e riuscire a vivere, tutti, meglio, magari in una società un pochino migliore.

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Parco dei Giardini, o Parco della Cà Bura, gennaio 2021, tramonto.

Gennaio 2021.

Il sole non brilla per presenza, sono settimane che il cielo è intrappolato in una nebbiolina grigia e fastidiosa.
Decide, di oltrepassare il ponte che divide il quartiere Bolognina dalla città, superando i binari della stazione e lanciarsi in un’esplorazione urbana attraverso la memoria storica dei luoghi, facendosi guidare dalle tante targhe che ricordano come, qui, la Resistenza bolognese sia stata molto attiva, e si sia mossa per cambiare la sorte del Paese.

L’itinerario che ne è nato inizia formalmente dal centro nevralgico del quartiere, Piazza dell’Unità, e lì termina.


AVVERTENZE
Le targhe che ricordano eventi della Resistenza nel quartiere
scelte per creare questo itinerario non sono nè le più importanti, nè le uniche.
L’elenco può essere in qualsiasi momento arricchito e ampliato

(e, nel caso, se me lo fate sapere, sono felice!).


Piazza dell’Unità.
Un campetto da basket incorniciato da qualche panchina e da quattro strade a senso unico.
Descritta così, non sembra particolarmente entusiasmante, ma è attorno a questo perno che la vita di quartiere si consuma e si muove frenetica. C’è sempre qualcuno, a presidiarla. Che siano un gruppo di anziani che chiacchierano o squadre multietniche di cestisti a petto nudo. Ma anche mamme velate con i bambini che scalpitano per andare a giocare, e uomini dai chiari lineamenti orientali che riposano fumando una sigaretta.
Qui, vi sono due targhe: la prima, sul muro del palazzo che chiude la piazza dal lato ovest, ricorda la Battaglia della Bolognina del novembre ’44; l’altra, all’interno della piazza stessa, ricorda la fine del PCI del novembre di quarantacinque anni dopo, subito dopo la caduta del Muro di Berlino.

Da qui, si segue Via di Corticella verso nord e si imbocca a sinistra Via Lionello Spada, in cui aveva sede la base della 7a Brigata GAP Gianni Garibaldi, che operava in città. In queste strade, ed in quello stesso stabile, il 15 novembre 1944 si consumò la Battaglia della Bolognina, in cui sei partigiani persero la vita, e altri cinque li seguirono nella malasorte il mese successivo.
Alla fine della strada si svolta a destra su Via Fioravanti, la si supera fino a raggiungere Via Piero Gobetti, dove si gira di nuovo a destra a imboccar Via Giovanni Francesco Barbieri. Percorrendola, conduce prima alla lapide commemorativa delle venticinque vittime del bombardamento che l’1 settembre 1944 si abbatté sulla città e che segnò particolarmente il quartiere, poi a quella che ricorda l’omicidio di Luciano Proni, detto Kid, Medaglia d’Argento al Valore Militare. Studente d’architettura, dopo aver combattuto in Albania e Russia, salì in montagna dove divenne comandante della 62esima Brigata Garibaldi, con cui partecipò a diverse azioni in provincia e in Romagna, fino a quando, il  28 ottobre 1944, mentre transitava a piedi in questa stessa via, venne identificato da una pattuglia di fascisti e ucciso sul posto.

Al termine della strada, attraversando Via di Corticella, si giunge in via Alfonso Lombardi, in cui una targa su un’abitazione privata ricorda come quello stesso stabile abbia ospitato un rifugio partigiano, attaccato dai nazifascisti il 12 dicembre 1944, durante la cosiddetta Seconda Battaglia della Bolognina.
(Erano tempi duri quelli, in città. Pochi giorni dopo sarebbe iniziato l’eccidio di Sabbiuno di Monte Paderno, la cui memoria è anche “calpestabile” seguendo l’itinerario numero 5 qui.)

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Via Barbieri.

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Via Barbieri.
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Via Lombardi.

Tornando sui propri passi, si segue Via di Corticella verso nord, superando l’Ippodromo e il ponte della ferrovia, oltre il quale si prende a sinistra in Via Francesca Edera de Giovanni e poi a destra lungo Via dell’Arcoveggio, che si segue in linea retta fino al Parco dei Giardini o Parco della Cà Bura (o Casa Buia). Questo secondo nome pare rifarsi all’antica denominazione della zona dove oggi sorgono i 9 ettari d parco, in cui vi era anche un’omonima stazione di posta sul Canale Navile, per lungo tempo navigabile, e una serie di fornaci.
All’altezza del numero 138 di via dell’Arcoveggio, in uno degli ingressi del parco, di fronte all’attuale Trattoria La Casa Buia, è posto in essere un monumento commemorativo a Vanes e Bruno Pinardi e Alfredo Tarozzi, tra partigiani fucilati qui il 13 dicembre 1944, a seguito di pesanti rastrellamenti alle abitazioni ed alle fornaci della Casa Buia, dove era stata allestita la base della 1a Brigata Garibaldi Irma Bandiera.
Il parco è molto grande, con un laghetto al centro abitato da molte specie di uccelli acquatici. Un gazebo di legno si addentra tra le acque, e due colline artificiali creano un saliscendi di sentieri in cui i bambini si riconcorrono e giocano in tutte le stagioni. Non manca una gelateria in cui rigenerarsi durante le torride estati cittadine.

Circumnavigato lo specchio d’acqua si esce all’angolo nord-ovest del parco, da cui si imbocca Via delle Fonti, fino alla Casalunga (civico 22), simbolo della vecchia Corticella e, anche questa, rifugio partigiano durante gli anni della Resistenza.
Nella stessa strada, la notte tra il 28 e il 29 ottobre 1944 , i tre partigiani Mauro Pizzoli, Renato Bartolini e Valentino Zuppiroli sono impiccati con una fune al palo dell’elettrificazione tranviaria, come rappresaglia all’uccisione durante uno scontro di quella stessa mattina di un militare tedesco. I loro corpi sono lasciati esposti con una sentinella di guardia affinché non possano essere rimossi. Il luogo è ricordato da un monumento nero.

Da qui, comincia il rientro verso il punto di partenza: si ripercorre Via delle Fonti sui propri passi, fino a Via di Corticella. La si imbocca verso sud e la si segue fino ad incrociare sulla sinistra, superata la tangenziale, il Parco delle Caserme Rosse, tristemente note come luogo di detenzione e deportazione verso i campi di sterminio.

Da qui, in una ventina di minuti, si giunge nuovamente in Piazza dell’Unità.

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Ingresso del Parco delle Caserme rosse, gennaio 2021.

lunghezza anello: 10 km (al netto di un’esplorazione dei parchi incontrati)
tempo:
 2 ore e 15 minuti (al netto delle pause e delle divagazioni)


A Francesca, cicerone per un giorno.
Costretta a camminare molto più di quello che si aspettasse.
Grazie.

4 risposte a “Isole di Resistenza in Bolognina.”

  1. Ottimo itinerario storico , lo definirei del ricordo, non dobbiamo mai dimenticare ciò che le lapidi ci rievocano. Lo percorrerò con emozione. Grazie.

    1. Grazie a te Gabriele.
      Buona esplorazione!

  2. Ecco perché dovremmo sempre camminare col naso all’insù e gli occhi aperti e curiosi;-)

  3. […] Per l’itinerario resistente attraverso la Bolognina,si può leggere il post di trekking urbano che ho realizzato qualche mese fa: questo. […]

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