Tutte le strade portano a Roma.
-da Bologna al mare, in venti giorni-

L’estate è finita da ormai diversi mesi.
Tanti, che l’inverno è nuovamente alle porte.
Bologna è una città ghiacciata, nei giorni di inizio dicembre.

Camminare per strada, nonostante il debole sole che a tratti riappare non è piacevole: le estremità si raffreddano in fretta, fanno male. E lei non indossa i guanti, volontariamente. Quasi mai.

L’estate è, quindi, alle spalle.
E con lei quel viaggio a Roma, e poi Ostia Lido. Quel viaggio di resurrezione.
Che ha dovuto metabolizzare, a lungo. Prima di riuscire a scriverne, prima di riuscire a raccontarne.
In più, tornato settembre, la vita è tornata a correre, con la solita frenesia inarrestabile, che toglie tempo alle cose belle ed amplifica gli obblighi.

Oggi, quasi quattro mesi dopo l’arrivo a Roma, nel freddo glaciale che ha completamente cancellato il ricordo della torrida estate sulla strada, è giunto il momento di narrarne.


Tutte le strade portano a Roma.
Questo detto popolare sottolinea come, prima o poi, ci sarà una maniera, più o meno tortuosa, per raggiungere l’obiettivo prefissato.

Pare abbia origine medioevale, e si rifaccia all’efficace sistema stradale dell’antica Roma, la quale era collegata fino ai confini più remoti dell’Impero attraverso una rete di oltre trecentosettanta strade, tracciate con criteri razionali e perfettamente mantenute, che hanno contribuito, a parere degli storici, significativamente alla prosperità di questa civiltà.
Tra queste centinaia di vie, le principali erano le strade consolari, realizzate in epoca repubblicana, distinguibili dal nome del console che ne aveva promosso la costruzione: vi erano la Via Aurelia, la Cassia, la Flaminia, l’Appia. Se queste strade iniziavano tutte da Roma, principalmente dal Foro, conseguentemente, vi facevano anche ritorno. E da qui l’antico adagio.

Oggi, la maggior parte di queste antiche rotte, per via della grande efficienza dimostrata come linea di comunicazione da e verso Roma, è stata asfaltata, e, mantenendo in molti casi il nome originale, porta nella capitale centinaia di migliaia di automobili ogni giorno. Inoltre, spesso, accanto alla via carrabile è stata costruita una via ferrata, che mediante l’impiego di convogli sempre più veloci, permette di raggiungere da quasi ogni punto della penisola lo snodo ferroviario di Termini in una manciata di ore.

Chi, invece, volesse raggiungere Roma a piedi, avrà difficoltà a trovare queste antiche vie ancora vergini, risparmiate dall’asfalto.
Sono però stati recuperati alcuni cammini storici che cercano di ricalcare il più fedelmente possibile agli antichi itinerari. Il più famoso è senza dubbio la Via Francigena, che parte da Canterbury, in Inghilterra, per attraversare la Francia, superare le Alpi dal Colle del Gran San Bernardo, e, puntando deciso verso Sud, raggiungere Roma. A questa si affiancano due vie medievali, definite Romee, in discesa da Nord-Est e un altro paio di romee in arrivo da Sud, troppo spesso erroneamente definite anch’esse Francigene.

La storia del viaggio estivo a Roma dello scorso mese di agosto, si colloca qui.
Tra il detto accennato nella prima riga, e l’urbano che è cresciuto tutto attorno le antiche vie.
Lei ha voluto fare completamente suo l’antico adagio, interiorizzandolo al punto da disegnare essa stessa la strada che ha permesso di raggiungere la Città Eterna, senza affidarsi troppo a itinerari già tracciati da altri.
Non scegliendo certo la via più breve. Nè la più battuta.
Non quella che permette al viandante di essere immediatamente riconosciuto come pellegrino da parte di chi incontra durante il percorso.
Anzi.
Il più delle volte agli abitanti delle zone attraversate, lei ed il suo compagno, sono apparsi come dei matti con lo zaino, finiti fuori traccia.
Però alla fine, cinquecentocinquanta chilometri dopo, è stata la più bella strada che si potesse immaginare.
Attraverso quattro regioni, cucite e ricucite sulla linea di confine. Lungo itinerari poco battuti, alcune volte addirittura creati d’istinto. Seguendo i fiumi, attraversando campi coltivati, scalando colline e solcando piane aride ed assolate.

Alla partenza erano in due, gli zaini leggeri, le scarpe praticamente già consumate.
La propulsione al primo passo la si può trovare in un anno e mezzo di grande fatica, che ha lasciato il bisogno di esorcizzarla attraverso il ritmico calpestio delle scarpe sul selciato, la maniera da sempre prediletta.
Ma anche in Roma stessa, capitale meravigliosa e caleidoscopica, ricca di simboli e storia.
Non ultima, la possibilità di attuare la tracciatura integrale della linea da seguire. Senza nessun vincolo di chilometri quotidiani, punti tappa ed ospitalità, completamente liberi di improvvisare e rimodulare l’itinerario in funzione della stanchezza, delle condizioni metereologiche e dell’andamento della giornata.

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Ponte Milvio, agosto 2021.

Hanno lasciato Bologna poco minuti dopo l’alba, l’ultimo giorno del mese di luglio.
La direzione intrapresa è stata Sud-est, come era un tempo, quando il confine appenninico separava lo Stato della Chiesa dal Granducato di Toscana, e la via più sicura per raggiungere Roma dalla città felsinea era attraverso Rimini, senza uscire mai dai confini dei territori pontifici, per non incorrere in rappresaglie od incidenti con gli abitanti dei territori del Granducato, con cui non è mai corso buon sangue. Oggi, il ricordo di questo giro “ampio” per Roma resta in una piccola mano di ferro battuto che indica la direzione per la capitale, all’imbocco di Strada Maggiore, all’ombra della Torre degli Asinelli.

I primi tre giorni di cammino sono stati di avvicinamento alle Foreste Casentinesi, da cui poi hanno raggiunto Arezzo.
Usciti dalla città alla Ponticella, il Parco dei Gessi e dei Calanchi dell’Abbadessa accoglie e permette un’immersione nella natura ombrosa e umida, come se l’asfalto dal quale provengono non fosse mai esistito.
Nei poco più di 110 chilometri che li hanno portati prima a Castel del Rio e poi a Marradi, si sono susseguiti i calanchi, i borghi ed i ponti, così come gli imprevisti dovuti alle proprietà private che spesso rendono complicato l’attraversamento dell’urbano, e le salite che hanno condotto a crinali ventosi puntellati di pale eoliche. La vera grande assente è stata l’acqua, che nel caldo di inizio agosto si è fatta desiderare, per non rendere troppo semplice i primi tre giorni di cammino, che li hanno lasciati riarsi dal sole e dal vento, assottigliandoli come succede ai calanchi stessi per effetto degli agenti atmosferici.

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Calanchi verso Marradi, agosto 2021.

Da Marradi, le Foreste Casentinesi sono a un passo, appena al di là di una bassa montagna verdeggiante.
Ma raggiungerle non è stato così semplice. Infatti, ancora una volta, come tutti i luoghi fortemente antropizzati, il rischio di errore è amplificato dalla presenza dell’uomo che sposta, copre e devia.
Un lunghissimo crinale di roccia sedimentaria e sfasciume porta prima a Monte Castel Nuovo, poi a Monte Calvo e Monte del Cerro, da cui attraverso campi scout e sentieri più volte perduti e ritrovati riescono a conquistare l’Alta Via dei Parchi, famoso itinerario, splendido in ogni sua parte, che corre lungo il confine tra Emilia-Romagna e Toscana.
Alla fine della tappa li aspetta il Monastero benedettino di San Benedetto in Alpe, che delinea anche l’ingresso nelle terre di Dante, che quest’anno, è senza dubbio la più grande rockstar del Paese. Inutile dire che, in quest’epoca in cui sono tutti pazzi per i cammini, anche il Sommo Poeta ha un suo personale itinerario.

I due giorni successivi, sono finalmente più semplici, da un punto di vista logistico e mentale.
Infatti, l’Alta Via dei Parchi è segnata con precisione e presenta un fondo morbido ed ospitale.
Inoltre, loro, conoscono già bene la zona: qui si sono conosciuti, qui si sono innamorati senza accorgersene, qui sono tornati quando alla fine se ne sono resi conto.
Avanzare protetti dal manto boscoso, nonostante il caldo prima e la pioggia torrenziale e implacabile poi, è facile. E la nebbia che al Passo della Calla li avvolge nascondendoli alla vista è percepita come un omaggio, un richiamo di quell’acquazzone che li sorprese cinque anni prima sugli stessi sentieri, e che li ha fatti camminare veloci, arrivando al fine tappa per primi, per condividere il caldo di una doccia provvidenzialmente regalata.

Da Camaldoli lasciano le Foreste Sacre, ed imboccano una serie di ciclopedonali lungo fiume, fino ad Arezzo. Prima il fiume Archiano poi l’Arno, che persa tra i boschi alle loro spalle ha la sua sorgente.
Hanno organizzato una tappa corta, per recuperare le energie e concedersi un piccolo itinerario turistico, ma la città di Petrarca li accoglie incandescente ed immobile nell’afa, sferzata da un vento caldissimo che secca la gola e la pelle. Il caldo soffocante, che qui mostra il suo vero volto, non li abbandonerà più, fino al bagno nelle acque del Mar Tirreno.

Da Bologna, sono passati otto giorni e sono stati percorsi circa duecentoquaranta chilometri.
Sono a poco meno della metà del loro viaggio.

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Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Alta Via dei Parchi, agosto 2021.

Arezzo segna anche il punto di svolta tra la logistica accurata di Lei, che ha seguito pedissequa un intrico di sentieri CAI fino ad ora concatenati in una lunga collana, e l’improvvisazione di Lui, al quale basta quasi solo annusare l’aria per trovare la traccia migliore da seguire. E se non ci sono i sentieri del CAI, andranno benissimo anche i campi arati e le carrarecce.
E’ bravo, nell’istintività.

La loro strada, da qui, punta decisa verso est. Verso il Lago Trasimeno, passando per Cortona.
Lungo campi coltivati a mais o a grano, del quale è già rimasta solo paglia sulla terra riarsa, mentre le balle di fieno appena realizzate profumano d’estate.
I turisti, soprattutto stranieri, si fanno più numerosi, nella terra di confine tra la Toscana e l’Umbria. Trovare da pernottare non è sempre semplice, né economico, ma sa regalare panorami ed incontri splendidi.

Per diversi giorni è un continuo zigzagare lungo il confine tra queste due regioni, accompagnati da un vento caldo che disidrata.
Scoprendo posti incredibili, come il rifugio per pellegrini della Pieve di Rigutino, gestito da Giovanni, che quindici anni fa ha lasciato tutto per dedicare la sua vita al cammino ed all’ospitalità, prendendo in gestione questa piccola pieve medioevale e facendone un importante snodo lungo la Via Romea Germanica, come presumibilmente era già anche nell’antichità. Quando li accoglie offre acqua limpida e fresca, riparo dai cocenti raggi del sole, ed una storia. La sua.

Si susseguono le colline ed i piccoli paesini: Città della Pieve e Ficulle, il cui soggiorno ha un nonsoché di mistico per il caldo, e di divino, per certi incontri provvidenziali e certi simboli incisi sui muri delle case. Forse a tratti, anche qualcosa di inquietante, a ben vedere.

Poi, la Via Cassia fino ad Orvieto.
Una delle poche strade consolari che non partiva dal Foro Italico, bensì dal Ponte Milvio, e che risaliva verso Nord, seguendo il Tevere. Che, oltre duemila anni dopo, sarà anche il punto da cui loro entreranno in città.

Prima di incontrare, però, il fiume caro ai Romani, incontrano il Fiume Paglia, che lambisce la rocca tufacea su cui riposa arroccata Orvieto, e che chiede un dazio di fatica notevole per essere espugnata da questi due viandanti moderni in zaino rosso. Il fiume si chiama così perché sulle sue rive gli Etruschi coltivavano il grano e lo vendevano poi ai Romani, che lo caricavano su grandi barche guidate dalla corrente, verso il Tevere, verso la Città Eterna. Ancora oggi, il toponimo fluviale, ricorda di come Orvieto sia stato per lunghi secoli il granaio di Roma.

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Da qualche parte, tra Umbria e Toscana, agosto 2021.

Infine, arrivano in Lazio.
E con lui ritrovano il Fiume Tevere. Circa quattrocento chilometri dopo la partenza.
Le sue sorgenti, che si trovano in terra di Romagna, più precisamente sul Monte Fumaiolo, le hanno di poco sfiorate durante l’attraversamento delle Foreste Casentinesi.
Terzo segno, assieme al segnavia metallico sotto le Due Torri ed al tracciato della Via Cassia, che rafforza in loro la convinzione di aver studiato bene il percorso, e di essere, in fondo, su una via di pellegrinaggio medioevale verso Roma abbastanza accurata, seppur ormai perduta e dimenticata.

Qui cambia l’accento delle persone, cambiano i piatti tipici, cambia il sapore dell’olio di oliva.
Quello che non cambia è il caldo ed il panorama arido, almeno i primi giorni.

La voglia di arrivare gli sfugge via dai passi.
Ogni giorno sono più vicini, ogni giorno Roma appare essere sempre più dietro l’angolo.
E’ difficile gestire la consapevolezza dell’arrivo. Viene quasi voglia di fermarsi, di prolungare il viaggio, di prendersi una piccola pausa prima di mettere la parola “fine”.

Ma Roma, in realtà, non è l’obiettivo principale del viaggio.
E’ Ostia, è l’antico porto del Mediterraneo da cui si imbarcarono i Romani in fuga dai Goti, che invasero la città il 24 agosto del 410.
L’obiettivo del viaggio sono le onde del mare, la sabbia e le conchiglie. Dove il Fiume Tevere sfuma nel Mar Tirreno.

La pausa potranno farla allora, allungando il tempo della fine, dopo Roma. Dilatando il tempo necessario a comprire i circa cinquanta chilometri tra la città ed il Mare.

Gli ultimi tre giorni scorrono via veloci, i passi puntati decisi verso Sud.
Seguendo il fiume a vista, facendo tappe lunghissime, quasi senza soste, tra l’odore resinoso dei pini marittimi e quello acre dell’asfalto rovente.
Tra pompe di benzina abbandonate e campi, seguendo la linea dell’Alta Velocità ferroviaria. Perché se il Frecciarossa passa da lì, è, per forza la via più diretta. Una settimana dopo, quando saranno seduti sui comodi sedili di un convoglio veloce Roma Termini-Bologna Centrale, immersi nel gelo dell’aria condizionata, vedranno a ritroso la strada percorsa, indicandosi a vicenda, tra una galleria e l’altra, questo e quel dettaglio, che sfuggiranno via veloci.

Civitella d’Agliano, Orte e poi Civita Castellana.
Borghi scavati nel tufo, così simili e così diversi.
La prima, persa in una pianura immobile in cui vige un’atmosfera densa degna di un film dei Fratelli Coen.
La seconda, talmente arroccata che decidono di passarne alle pendici, per risparmiarsi l’ennesima salita con più di quaranta gradi e l’aria pesante di afa.
La terza, raggiunta nel Ferragosto immobile. Tappa quasi obbligata per l’impossibilità di trovare ospitalità, ma che si è rivelata poi la scelta migliore, quasi doverosa, per quelle che sono state le motivazioni che hanno propiziato la partenza.
Nella parte vecchia della città, oltre la profonda gola tufacea scavata dal Fiume Treja nel corso di lunghe ere geologiche, addormentato in una decadenza che ricorda certi paesini siciliani, ritrovano un amico a cui pensano sempre con affetto, ma che alla vista ed all’abbraccio da molto mancava.
Un amico che apre la sua casa, che li coinvolge nel pranzo di famiglia del giorno di festa, che fa da guida turistica e indica soluzioni logistiche per la giornata successiva. E, soprattutto, che ascolta, senza giudicare. Che comprende che la felicità è una cosa bella, e chissenefrega di tutti gli altri, quando si sta bene.

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Gola di tufo, Civita Castellana, agosto 2021.

La mattina successiva, una inesorabile Via Flaminia invasa dal traffico già nel buio delle cinque del mattino del giorno dopo la festa, è la parte inziale di una maratona verso Labaro (si legge con la doppia “b”, alla romana), la faticosa periferia alle porte di Roma.
E’ un giorno di cammino impegnativo, lungo strade trafficate dove, quando va bene, c’è un piccolo marciapiede ad ospitarne i passi. Rinfrescato dall’acqua di sporadici oratori e da qualche gelato.
L’arrivo, nuovamente sulla Via Flaminia, li trova schiacciati tra una strada a scorrimento veloce senza spazio per i pedoni, il Grande Raccordo Anulare e il Tevere – che, a ben vedere, ha comunque un grande fascino.

Però, ce l’hanno fatta.
Dopo una notte di canti e di balli celebrativi, con una cena arrabattata, entreranno a Roma assieme al fiume.
Seguendo il fiume.
Come si erano prefissati. Come l’acqua della sorgente, come le barche che trasportavano il grano di Orvieto o il tufo di Orte, come il legname delle foreste umbre lasciato libero di seguire la corrente.

Li aspetta una facile ciclabile, che in appena diciotto chilometri li conduce nel cuore di Roma, al Ponte Milvio prima, in Piazza San Pietro poi.
Per concludersi con un giro turistico classico, tra Piazza Navona, il Pantheon ed il Colosseo.


Da Bologna, da casa, sono stati percorsi circa cinquecentocinquanta chilometri, in diciotto giorni.
Si sarebbe potuto impiegare anche qualcosa di meno, dice Lei. Non esagerare, le risponde Lui, sorridendo sotto i baffi.

Sicuramente ci sarebbero state strade più corte e meglio battute, come puntare Firenze, poi Siena ed imboccare la Via Francigena.

Ma non sarebbe stato il Loro sentiero. Non sarebbe stata la Loro strada.

Che era tutto ciò che serviva.
Unire, mappe alla mano, diversi sentieri CAI, molte carrarecce e strade secondarie, troppe – per i loro gusti – provinciali.
Creando un percorso nuovo, un percorso unico.
Che forse qualcuno ha già solcato in precedenza, magari secoli addietro, dati i diversi segnali che lo fanno presupporre incontrati durante i giorni di cammino, date le altre vie, diciamo “canoniche”, incrociate o calpestate durante il percorso.

Però, lo sentono unico. Ed in un certo senso anche irripetibile.

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Piazza San Pietro, Città del Vaticano, agosto 2021.

Ma, Roma non era la meta, dicevamo. Ma solo una tappa, la penultima, in un percorso appena più lungo.

Mancano altri cinquanta chilometri, gli ultimi cinquanta chilometri. Per Lido di Ostia.
Chilometri che, uniti ai loro gemelli in entrata alla Città Eterna, risulteranno spietati, introspettivi, silenziosi. Veri.

La periferia ovest di Roma, come quella nord, è una terra strana. Che pare non essere proprietà di nessuno, o forse è di tutti.
Il degrado urbano fa da padrone, la bella promessa della Regina Ciclarum, la ciclovia che segue ancora una volta il Tevere verso il mare, li conduce in quartieri un tempo famosi per l’essere malfamati, oggi a tratti abbandonati a se stessi. Dove le isole pedonali sono invase di elettrodomestici abbandonati, i ponti offrono riparo a discariche abusive di Eternit e affamati cani randagi, gli orti urbani sembrano tutto tranne che salubri.
E poi casermoni di edilizia popolare, enormi, dove i cavi della luce si intrecciano, le antenne paraboliche si sovrappongono, le persiane restano ostinatamente abbassate e gli aghi dei pini marittimi lasciati inaridire al suolo vengono trascinati dalle folate di vento attraverso le strade vuote, nemmeno fossero in un western ambientato in Messico.

Quei cinquanta chilometri li dividono in due giorni di cammino.
Prendendosi il tempo per dilatare l’arrivo, prendendosi il tempo per ritardare la conclusione del viaggio.
Prendendosi il tempo per guardarsi in giro.
Di esseri umani ce ne sono ben pochi, così come di attività ed ospitalità aperte.
Dopo giorni di chiacchiere e canti, si ritrovano silenziosi, ognuno perso a indagare dentro di sé come si sente rispetto all’ambiente che si trova ad attraversare.

Fino a che non arriva. L’odore del mare.
Anche se ancora non lo si vede, al primo passo mosso nella pineta che divide il resto del mondo dal Lido di Ostia, diradatosi l’odore di idrocarburi e smog, è lì, pronto a riempire le narici.
Ed a suggerire che, al suo cospetto, mancano poco meno di cinque chilometri.

Il viaggio termina con le scarpe ormai lisce a calpestare la sabbia.
Che lasciano spazio ai piedi pallidi, finalmente liberi dopo che per quei venti giorni in cui il resto del corpo si è dorato sono rimasti all’interno della tela sempre più lisa dal continuo movimento. Finalmente immersi nell’acqua salata, fresca e rigenerante.

Il viaggio termina, con il mare.

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Ostia Lido, agosto 2021.

A Giuliano,
per l’amicizia.

A Fabio.
Che infinite siano ancora le strade di fronte a Noi.

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