Nel luglio del 2001 avevo dodici anni e vivevo in quello che consideravo un buco di culo di paese.
All’epoca contava circa 4.657 anime (fonte), ed era, come è ancora oggi, piuttosto disinteressato ai fatti del mondo e a chi si oppone, qualsiasi sia questa opposizione.
Era l’estate tra la seconda e la terza media, avevo l’abbonamento alla piscina comunale che sfruttavo praticamente quotidianamente, fine settimana escluso, ed ero decisamente ignara di ciò che stava succedendo a Genova nei giorni dal 19 al 22 luglio.
Nella scuola media che frequentavo non si parlava per niente di attualità, quindi nessuno mi aveva spiegato che durante l’estate si sarebbe riunito a Genova il G8, il forum politico internazionale che ha portato nel capoluogo ligure i governi delle principali forze politiche del pianeta, nè tantomeno che lo scopo di questa riunione fosse coordinare le politiche economiche globali.
E che significato avevano, poi, per una dodicenne, le parole “politiche economiche globali”?
Allo stesso modo, nessuno ci aveva spiegato perché nei medesimi giorni centinaia di migliaia di persone, giovani e meno giovani, avrebbero migrato da tutto il paese, dall’estremo Nord del Friuli-Venezia Giulia all’estremo sud calabro, dai quattro angoli dell’Europa, e persino dal mio insulso paesino, verso Genova, per manifestare contro.
Probabilmente avevo ascoltato solo distrattamente la parola “globalizzazione” alla televisione.
Inoltre, in casa mia si parlava poco o niente di politica, si guardava il telegiornale ma non si dibatteva, si leggeva Il Resto del Carlino e non se ne discuteva. Per cui non ricordo in nessun modo quello che mi dissero i miei genitori in quei caldi giorni di luglio, se ne parlavano tra loro e in che toni, da che parte stavano.
Ho un vago ricordo di mia madre che simpatizzava per i manifestanti non violenti che camminavano con le mani alzate dipinte di bianco, ma non so se sia realtà o suggestione, ricostruita in base a ciò che so di lei, al fatto che è sempre stata emotivamente dalla parte dei più deboli e indifesi, di chi mostrava la propria sensibilità, anche se poi nel concreto non mi pare abbia mai compiuto grandi gesti, aiuto alle gestanti a parte.
Insomma, vivevo quasi totalmente all’oscuro dei fatti del mio Paese. A dodici anni.
Il 20 luglio 2001 non ricordo se venni a conoscenza di cosa era successo in Via Tolemaide, piazza Alimonda e nelle vie adiacenti.
Se venni poi a sapere cosa era acceduto alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto, dove i diritti umani sono stati interrotti.
E se così fu, come reagii.
Ma ricordo distintamente che sul muro della strada che percorrevo tutti i giorni per andare in piscina, color giallo crema, apparve una scritta rossa: Carlo vive.
Senza punti esclamativi, senza enfasi. Un dato di fatto.
La leggevo ogni giorno, due volte al giorno, quell’estate e tutte quelle successive.
E ogni giorno me la rigiravo in testa e mi chiedevo a cosa si riferisse, chi fosse Carlo, cosa gli fosse successo.
La scritta è rimasta su quel muro per anni, contornata da altre, ma mai sfiorata, mai coperta, sempre vivida come se non scolorisse.
Carlo vive. Carlo vive. Carlo vive. Carlo vive. Carlo vive. Carlo vive.
Più passava il tempo, più il mio piccolo mondo si ampliava, grazie alle scuole superiori in un altro paese e poi all’università nel capoluogo di provincia. Ho potuto così, negli anni che sono seguiti, iniziare a dare una risposta alla domande che quella scritta aveva posto.
Ho letto, ho chiesto, ho ascoltato.
La possibilità di accedere a libri che ne parlavano, di incontrare persone più grandi di me che avevano vissuto quei giorni e più in generale quel periodo storico in un modo più partecipativo, le interviste e gli speciali televisivi, il confronto con coetanei che come me non c’erano allora ma che negli anni seguenti si erano documentati e avevano costruito la propria idea in merito, i documentari e i film che sono usciti, e infine i podcast.
Più acquisivo informazioni, più mi facevo una idea sui fatti di Genova durante il luglio 2001.
E alla fine, decidevo da che parte stare.
Da quel 20 luglio 2001 sono passati venticinque anni.
Non ho assolutamente la pretesa di poter scrivere qualcosa che non sia già stato detto, e detto meglio, nè il tipo di preparazione e la distanza che mi permettano di mantenermi obiettiva rispetto ai fatti di quei giorni, per evitare che le mie emozioni prendano il sopravvento.
Ma mentre io crescevo, studiavo, cambiavo, ho visto le piazze riempirsi e svuotarsi, forse con meno intensità, certamente con più paura: da allora, nessunə è più sceso in piazza senza il timore di essere caricatə, picchiatə, arrestatə. In nessun contesto, per nessun tipo di protesta.
Infatti, il ricordo di Genova per chi è cresciuto negli anni Duemila non è un capitolo di storia chiuso nei libri, che comunque non viene studiato mai a scuola perché raramente si arriva a superare il secondo conflitto mondiale, ma una ferita aperta che ricomincia a sanguinare ogni volta che le cronache restituiscono immagini di piazza identiche e abusi da parte delle forze dell’ordine, come accaduto proprio nei giorni in cui cadeva l’anniversario nella mia città, Bologna.
Genova ha sancito in maniera netta la forte incoerenza tra i dettami dello stato di diritto e la realtà della protesta di strada. Non più un diritto garantito e pacifico, ma un atto che richiede coraggio, e che ai più, oggi, fa paura.
Quella scritta rossa sul muro giallo non è mai stata solo il nome di un ragazzo che non c’è più: è stata movimento, dubbio, promemoria costante.
Non mi ha guidata alle risposte facili, ma ha preteso che smettessi di stare a guardare.
E anche se una decina di anni fa il muro è stato ridipinto, e la scritta è scomparsa, riesco ancora a vederla dietro le palpebre, ogni volta che ragiono su quanto possa essere sottile il confine tra la democrazia e l’abuso, e come la memoria sia una scelta di responsabilità quotidiana.
Carlo vive.
L'immagine di copertina richiama la credenza in voga tra la fine degli anni '90 e gli inizi degli anni 2000 per la quale i limoni avrebbero aiutato con i sintomi provocati dai lacrimogeni. Si ascolti anche il podcast Limoni, realizzato per i vent'anni dai fatti di Genova.

Grazie,
non so se conosci questo dossier
https://altreconomia.it/prodotto/dont-clean-up-this-blood/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NL22726SA
Io ho organizzato per qualche anno il Festival di Lilliput, che si teneva a Fidenza.
Volevamo cambiare il mondo.
Ti sarebbe piaciuto.
Massimo