Portami a Parigi (a morire d’amore).

Un albergo scalcinato nel quartiere a luci rosse, gestito da una matrona di colore che non parla francese.

Buffalo soldier, colonna sonora a una bottiglia di bordeaux e alla ragazza con il maglione ocra, dagli occhi pieni delle luci della città. Scrive al contrario, partendo dalla fine della giornata, da quel liquido scuro e denso che le scende in gola, dalle gambe stanche.

Una Parigi esplorata passo dopo passo, lasciando la metropolitana agli altri, svuotandosi dei pensieri lungo vicoli e quartieri. Solo così riesce a trovare spazio dentro di lei per assorbire ogni facciata dei palazzi, per le foglie degli alberi che verdi ancora resistono all’autunno, per ogni angolo sudicio e ogni parola di un senzatetto che ringrazia per una banana in  regalo.

Due ragazzi americani conosciuti tra i Gargoyles, a cinquanta metri di altezza, e ritrovati casualmente in un ombroso bar di Pigalle mentre cercano di ordinare una birra.

Una passeggiata nella pioggia per le vie di Montmartre ancora addormentate, un caffè solitario, lei e il suo taccuino, mentre qualcuno, fuori, scatta fotografie agli istanti.

 

“Parigi è l’unica città del mondo in cui morire di fame è ancora considerata un’arte.”

(L’ombra del vento, Carlos Ruiz Zafon)

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