Vacanze di Natale, 2013.
Un’ennesima partenza, quando tutto è diventato differente nella sua vita.
Un abbandono, per certi versi. Una fuga da quello da cui non è più necessario scappare.
Lei e la solitudine estrema.
Nessun compagno di viaggio, ma la Emirates decide di sistemare tutti i viaggiatori solitari in prima fila, alla distanza di un sedile l’uno dall’altro.
Sono tre: lei, diretta in Palestina, un ragazzo della sua stessa città che va in Etiopia in cerca dell’allenamento perfetto per una maratona, ed un terzo ragazzo diretto in Oman. Faranno tutti scalo a Istanbul e da lì, si divideranno seguendo tre direttrici differenti.
Per quell’ora e mezza di volo si confidano vicendevolmente, raccontandosi storie di viaggi passati e sognando quelli che ancora devono venire.
Senza promettersi di ritrovarsi, una volta rientrati. Anche se poi succederà ugualmente, in una pista ciclabile di Bologna. Per caso.
A Tel-Aviv, all’arrivo, le vengono poste domande strane e incalzanti, per indagare sui reali obiettivi di quel soggiorno.
Sapeva, che tra le parole da non pronunciare mai in questo tipo di interrogatori ci sono “Palestina” e “Territori Palestinesi”, assieme a un nutrito numero di città vietate, o quasi.
Sapeva di doversela giocare tutta, per uscirne indenne, sulla religione e la fede. Perchè una donna che viaggia da sola, in certe zone del mondo, è sospetta.
Sapeva di non dover citare quelle due o tre associazioni resistenti che aveva contattato prima della partenza, di non poter svelare il suo reale itinerario.
Sapeva che sarebbero stati insistenti, per indurla in errore.
Ma le loro domande riescono comunque a spiazzarla, completamente.
“Come fai a sapere che esiste Israele?”.
Un popolo contraddittorio, fin dal primo minuto.

Un Natale in Palestina, nessuna tradizione, ma molte domande a cui cercare risposta.
Qualcuno di importante, circa 2000 anni fa, nasceva qui, in una Bethlehem ora contornata dai muri. E dai suoi graffiti.
Ovunque la natura è violata per costruire insediamenti. Per apporre controllo, per monitorare la “situazione”, qualunque essa sia.
Nuovi boschi di cemento armato si sostituiscono a quelli precedenti ed ai loro alberi brulli. Le torri di controllo svettano alte, verso un cielo incapace di aiutare.
Non c’è libertà di movimento, anche le strade scelte per spostarsi sono soggette a controllo. I percorsi più semplici allungati a dismisura.
Non c’è libertà di accedere all’acqua, fondamentale in un paese costituito in buona parte da deserto e terra arida.
Non c’è libertà di uscire di casa, perchè un’abitazione lasciata vuota diventa, immediatamente, di diritto, del Popolo Eletto.
Per difendersi la Palestina riscrive i suoi contorni, sposta i confini. Si frammenta e frattura, incapace di bloccare l’assedio.
Crea una continuità verticale che permetta di tagliare la continuità in senso orizzontale che vuole assumere Israele.

Aida Camp.
A pochi chilometri da Bethlehem, sorge un campo per i rifugiati palestinesi.
E’ stato uno dei primi ad essere creato, per i profughi di Gerusalemme e Hebron a seguito del al-Nakba del 1948.
Completamente circondato da muri, in cui si aprono alcuni varchi mobili, controllati da soldati israeliani.
Dentro il campo, esplodono i colori di mille graffiti, che raccontano la rabbia e la voglia di continuare a combattere per la propria terra. Per la propria rinascita.
Le bandiere bianche, verdi, nere e rosse sventolano nel sole invernale. E’ molto raro vederle libere.
I bambini giocano per le strade, facendo rimbalzare i palloni sui muri delle squadrate case bianche, quasi tutte incomplete. Dalle loro alte terrazze si può seguire l’andamento del muro, osservare gli insediamenti tutti attorno, contare i metri quadri di spazi espropriati e negati.
“Vedi quel cancello? Agli inizi, periodicamente, gli israeliani lo aprivano, senza avvisare. I bambini, entusiasti, si lanciavano nello spazio aperto, per giocare, rincorrersi. E venivano usati per il tiro al bersaglio dai soldati, perchè è vietato superare i varchi senza autorizzazione“.

Ramallah.
Una città caotica, movimentata, nevralgica.
Non per niente è la capitale de facto dei Territori Palestinesi.
Qui lei scopre cosa è la “detenzione amministrativa”, come viene perpetrata impunemente da Israele nei confronti di professori, ricercatori, studiosi e semplici cittadini. Generalmente consiste in da tre a sei mesi di reclusione, spesso prolungati per altrettanto tempo alla scadenza. La motivazione non è nota, si tratta di prevenzione, appunto. Per questioni di sicurezza.
Il senso di angoscia e oppressione che monta camminando per queste strade piene di gente è impossibile da tradurre in parole.
Per tutto il giorno ha la sensazione di essere seguita, controllata a vista, osservata. E nulla le farà mai cambiare opinione su questo.
Di certo non è un posto in cui recarsi da soli.

La notte della Vigilia di Natale mostra il lato migliore degli abitanti di questa terra guerriera.
Cristiani, mussulmani ed atei festeggiano assieme, nel giallo della piazza principale di Beit Sahour.
La messa di mezzanotte in arabo è la migliore sintesi di un Natale multietnico iniziato con una cena condivisa tra trenta persone, a base di parmigiana di melanzane rivisitata e finito a shot di tequila.
Hebron.
Abramo, padre di tre religioni.
Riposa con fatica: la sua tomba si trova al centro tra una moschea e una sinagoga. Entrambe hanno finestre che permettono l’accesso, solo visivo, al sarcofago. Tagliato a metà da una faida.
L’accesso al luogo di culto islamico è interdetto ad una donna, mentre la sinagoga apre più volentieri le sue porte.
L’interno è incredibilmente vario: libri in ebraico contro ogni parete, legno inciso, altari e candele. Studenti impegnati con la Torah, ortodossi assorti e donne dai capelli coperti che piangono in preghiera. Una di esse, finito il suo rito, indirizza uno sputo verso un uomo mussulmano che, dalla sua apertura, saluta il sarcofago. Come fosse normale. E’ normale.
Un check point tra una parte e l’altra della città, il controllo totale.
Strade devastate, militarizzate. Chiuse da muri di lamiera e reti. Dall’immancabile filo spinato.
Ragazzini addestrati a puntare il mitra, perché il terrorista potrebbe nascondersi ovunque. Anche in una ragazza europea che cammina da sola tra le strade praticamente deserte di quella città devastata dall’odio.
Compra una kefiah in uno dei pochi negozi aperti nella parte palestinese. In aeroporto spergiurerà di averla comprata a Bethlehem, fino alle lacrime. Ma riuscirà a portarla con sé a casa.
Bambini che tirano pietre. Inseguiti dai mezzi militari.
Il cielo invisibile e precluso.
Qualcosa si spezza. Dentro.
Gerusalemme.
Un check point per Kalandia, West Bank.
Appena fuori dalla zona turistica, le strade sono invase di filo spinato e spiate da telecamere, nella città che dovrebbe essere un unitario simbolo di pace.
Nel cielo diverse bandiere, dai colori opposti, a creare separazione anche dell’azzurro terso. Ad ognuno la sua porzione di firmamento.
Resta lontana dai luoghi di culto, dalle processioni dei fedeli.
Li spia dall’alto dei tetti, dalla terrazza del centro culturale costituito da un israeliano obiettore di coscienza.
Quando ne esce, viene insultata dagli occupanti delle case tutte attorno, asserragliati in alto nei palazzi. Le viene tacciato di ascoltare la voce della menzogna, chi non sa cosa sia la verità e quindi la distorce. Sulle porte di queste case illegalmente espropriate campeggiano targhette di legno recanti simboli della Torah, come benedizione. Altre contraddizioni.
Solo poco prima di lasciare la città tre volte santa si affaccia a sbirciare il Muro del Pianto.
Per arrivarci si perde tra i vicoli del quartiere arabo, ombrosi.
L’inumanità del vivere, a Gerusalemme.

Ed alla fine giunge il momento di ripartire, e lasciare lì un grande pezzo di cuore, troppo pesante per poterlo riportare indietro.
Dopo ore di interrogatorio in aeroporto, il suo bagaglio violato, i soldati che la accompagnano fino alla bocca del mezzo che la riporterà nella tranquilla Europa.
Un arrivederci a questa terra dolorosa e contemporaneamente incantata, che negli ultimi sessant’anni ha visto sì e no quattro mesi di pace.
Non consecutivi.

“I’m Palestinian.”
Tre parole, tutto l’orgoglio dentro.

