Nelle scorse settimane ho ascoltato diverse puntate di Una volta un uomo, il podcast di thePeriod, media indipendente e femminista, volto ad accendere la luce su tutte le forme di violenza normalizzate, in famiglia, nel mondo del lavoro e in generale nella società. Se vi interessa, potete recuperarlo qui.
Ascoltando la puntata “Come stanno le donne in politica?” con ospite Gilda Sportiello, deputata del M5S, mi è tornata in mente, in maniera lampante, una discriminazione subita sul lavoro per il solo fatto di essere donna, anche se ero brava. Anche se avrebbero voluto assumermi, ma.
E, da lì, questo primo ricordo si è trascinato dietro tutta una serie di situazioni separate e lontane nel tempo e nello spazio una dall’altra, che hanno però avuto un qualche tipo di influenza sulla mia vita, sul mio approccio a essa, sulla mia consapevolezza.
Mi sono tornate in mente alcune cose che, anche se siamo lontanə dal 25 novembre e non ancora prossimə all’8 marzo (ma ci siamo quasi, a forza di scrivere e riscrivere le parole che seguono), ho bisogno di mettere nero su bianco affinché smettano di girarmi nella testa e dietro gli occhi ogni volta che li chiudo dopo una giornata particolarmente faticosa.
Una volta un uomo, al quarto colloquio, mi ha detto che sarei stata perfetta per il laboratorio di ricerca e sviluppo dell’azienda, di cui era responsabile, ma che per policy aziendale non assumevano più donne per questa posizione perché, sai, ne sono già rimaste incinta troppe.
Ma c’era un’altra posizione per me, dietro una scrivania, in un ufficio di sole donne.
Che, si sa, sono le peggiori nemiche delle donne.
Una volta un uomo non mi ha avvisata di aver caricato in una cartella condivisa la parte che gli spettava del lavoro che stavamo facendo assieme, facendomi perdere tempo e costringendomi a sperare continuamente di vederle apparire refreshando la pagina, perchè, sai, lui con le donne non ci parla.
Una volta un uomo mi ha detto che avrei dovuto fare l’insegnante perché così avrei avuto molto tempo libero per occuparmi della famiglia e dellə bambinə.
Avevo ventitrè anni, ed ero una donna convintamente childfree.
Oggi, accidentalmente, faccio davvero l’insegnante, ma ci sono arrivata in cerca di altro, principalmente guidata dalla mia fede cieca nel valore della cultura e della gratuità dell’istruzione (ciao Schettyny!), e di tempo libero ne ho ben poco.
Una volta un uomo sul posto di lavoro mi ha detto che ero molto giovane per ricoprire già un determinato ruolo.
E poi ha fatto una risatina.
Non mi stava facendo un complimento per l’efficacia della mia skincare, bensì cercando di sminuire le mie competenze.
Una volta un uomo mi ha detto che presentarmi in minigonna per insegnare a venticinque adolescenti non è adeguato, poi non mi sarei dovuta lamentare se avessero fatto battute sessiste.
Nel momento in cui scrivo queste parole sono appena rientrata dalla scuola in cui insegno, e indosso la medesima minigonna.
Una volta un uomo, quando sono andata a fargli presente che eravamo nel pieno dell’orario del silenzio e che con il flessibile che stava utilizzando la vibrazione, e il relativo rimbombo, era tale che si sentiva vibrare la parete, mi ha derisa dicendomi di cambiare casa se davvero muri e solai vibravano (mentre lui sfonda le pareti di cemento), perché, signora, con una leggera scossa di terremoto la casa verrebbe rasa al suolo.
Senza capire che il problema non era il solaio che vibra, ma che ci sono le regole e vanno rispettate da tutti, anche da chi è dotatə di pene.
Se fossi rimasta nell’ambito in cui mi sono diplomata, avrei voluta fare la geometra di cantiere.
Chissà che mondo mi si sarebbe prospettato.
Una volta un uomo mi ha detto che se un determinato comportamento mi dava fastidio era un problema mio e che me lo dovevo risolvere da sola, perché lui si era sempre comportato così. Come mi permettevo di sollevare il dititino per polemizzare?
“Cosí un uomo che dissente è una voce coraggiosa che non le manda a dire,
mentre una donna che dissente è una rompipalle che ha sempre da ridire su tutto.”
(Stai zitta, Michela Murgia)
Una volta un uomo mi ha presa per un braccio in maniera violenta perché me ne stavo andando da una discussione che aveva preso una piega che non mi piaceva. Non gli andava più bene come era impostata, in maniera chiara fin dall’inizio, la nostra relazione. Ora lui voleva cambiare le cose e io no.
Mi è rimasto il segno dei cinque polpastrelli per giorni.
Per lə amicə dell’epoca, sono io che mi metto in situazioni ambigue, non lui che è un figlio sano del patriarcato.
Una volta un uomo, in un paese di nemmeno quattromila anime, in pieno giorno, mi ha seguita fino al portone di casa, mentre io continuavo ad allungare il passo cercando di seminarlo. Le chiavi della porta blindata strette nel pugno, pronte a trasformarsi in un’arma.
Per fortuna ho sempre avuto le gambe buone.
E’ dovuto scendere mio padre a mandarlo via.
Una volta un uomo mi ha posato una mano sulla coscia in autobus, mentre mi guardava con sguardo compiaciuto.
Io, sconvolta, non ho saputo fare altro che alzarmi di scatto e scendere dal mezzo alla prima fermata utile.
Avevo diciannove anni, lui era anziano.
Da allora, salgo sull’autobus solo e soltanto se non ho nessuna alternativa.
Fare 6 km a piedi è una alternativa.
Una volta un uomo, incrociandomi in bicicletta, mi ha gridato dietro “complimenti alla mamma”, suppongo adducendo a qualche caratteristica del mio fisico che ha trovato di suo gradimento. Senza sapere minimamente che non di sola genetica è fatto il fenotipo, né tantomeno che l’unica cosa del mio corpo di cui sono veramente grata ai miei genitori è quella che alloggia dentro la scatola cranica, che loro hanno nutrito raccontandomi storie, lasciandomi leggere pile infinite di libri, stimolando la mia curiosità e permettendomi di arrivare fino al più alto grado di istruzione possibile, concentrandomi sull’approfondire tutto ciò che mi piaceva.
Ma questo, al tizio in bicicletta e non solo, è proprio quello che di me non piace. Chissà perché.
Una volta un uomo mi ha fatto cat-calling mentre ero a camminare lungo la ciclopedonale, incinta di otto mesi. Senza ricordarsi che, per quelli come lui, la mamma è sempre la mamma. Sacra, intoccabile.
Ma, in fondo, io sarei stata la madre di qualcun altro. E questo cambia tutto.
Una volta una moltitudine di uomini, mi ha fatto cat-calling o molestata per strada, in autobus, in treno, in bicicletta, a piedi, con le Vans o gli stivaletti, con la minigonna o in tuta, spettinata o truccata.
Mentre mi serviva il caffè e io lo pagavo, mentre mi faceva un esame medico, mentre me ne stavo con le mie amiche o andavo a fare la spesa.
Una moltitudine di uomini mi ha soppesata, misurata, trattata come una fiera in mostra, oggettivata. Spaventata.
Una moltitudine di uomini fa questo, ogni giorno, più volte al giorno, a tutte le donne che incontra, di qualsiasi età, in qualsiasi situazione.
Non sono apprezzamenti, sono manifestazioni di potere, di supremazia.
Chiudo come ho aperto, citando thePeriod: non tutti gli uomini, ma sempre un uomo.
Certo “non tutti gli uomini”, però tutti gli uomini dovrebbero leggere questo post. Brava Martina. Magistrale.
è un post bellissimo, grazie e scusaci, se puoi
Mi dispiace, Martina, che esistono queste situazioni, che un uomo come me, non si aspetterebbe, almeno cosi frequenti. Mi verrebbe da dirti, per farti stare meno male, di farci meno caso, ma capisco che non e giusto. Sai mi veniva in mente quando, da piccolo, mi prendevano in giro e io non volevo andare fuori….
Un abbraccio.
Tira dritto, a testa alta, Paolo
Non tutti di noi ma (ancora)tantissimi di noi.
Questo post è una ennesima , splendida, sberla in faccia . Speriamo che ci aiuti a svegliarci anziché offenderci.