Appena oltre l’urbano.

Subito oltre i palazzi di mattoni rossi, appena fuori porta San Mamolo.
Una salita in un bosco, che conduce in un mondo lontano anni luce dall’urbano.
Un piccolo giardino abbandonato,  vegliato da putti di pietra macchiati dagli anni.
Una fontana senza più acqua, un albero antico la cui corteccia si è ribellata alla mano dell’uomo. Persiane di legno che piangono il tempo dell’abbandono.

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Una porta a vetri conduce a cortili dimenticati, in cui si formava la sapienza dei medici, tra la pace che regna al di sopra della città.
Una fermata dell’autobus, anacronisticamente addormentata, violata dalla recinzione arancione dei lavori in corso perenni.
Un bambino che si lamenta per il non poter percorrere a piedi quel chilometro e poco più che separa il monte dalla pianura. Nonostante sia anche in discesa.
La torre più alta nasconde la sua compagna a chi guarda dall’alto. Una forma di protezione, una forma di impertinenza.
Il muretto di fronte a San Michele in Bosco, riscaldato dal sole di fine autunno. Seduti a gambe incrociate. In ricordo di un giorno dopo il Natale.

Anche la città permette di trovare la valvola di sfogo da cui fare fuoriuscire il marcio della realtà.

Basta condividere i passi, sincronizzare il ritmo dei respiri.

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